Sostenibile e a basso impatto, a Londra ‘The show …. can go on!’

di Marina De Antonellis Smimmo

Londra con i suoi oltre 170 musei, 478 gallerie d’arte, innumerevoli teatri, 197 rassegne e festival garantisce ogni anno, una delle offerte culturali più vaste, varie ed accessibili al mondo.

Nel XVIII secolo il famoso critico letterario Samuel Johnson affermava che “quando un uomo è stanco di Londra, è stanco anche di vivere; perché Londra offre tutto ciò che la vita può offrire”. Ed in effetti, dal punto di vista culturale, solo nel mese di maggio, gli appuntamenti con manifestazioni di rilievo sono stati a dir poco numerosi. Dopo il colorato ed imperdibile Chelsea Flower Show, l’appuntamento con i giardini da sogno per gli amanti del giardinaggio, in agenda è arrivato il Photo London, rassegna internazionale che riunisce tanto i fotografi, le gallerie e i curatori più acclamati del settore, quanto le nuove generazione di talenti emergenti. Si è tenuta la Clerkenwell Design week, evento clou britannico consacrato al design, la vetrina più gettonata per le ultime tendenze del settore. E, non da ultimo, il Craft London, lanciato nel 2015 dagli allora Principe di Galles e consorte, oggi Re e Regina, Carlo e Camilla, che mette puntualmente in mostra, nella Capitale, l’eccellenza dell’artigianato britannico e internazionale.

I cartelloni di teatri e musei non sono da meno. Oltre ai vari musical nei teatri del West End – da “Moulin Rouge” al “Diavolo veste Prada” – ogni sera regolarmente sold out, si può scegliere tra il repertorio classico di balletto e lirica della Royal Opera House o la danza contemporanea del Sadler Well’s. Sul fronte dei musei, è possibile ammirare gli abiti ufficiali e non della Regina Elisabetta II nella mostra dedicata al suo stile inconfondibile alla King’s Gallery, ma anche quelli altrettanto inconfondibili di Elsa Schiaparelli in mostra al V&A. E, ancora, dai maestri del XVII secolo come Francisco de Zurbaran alla National Gallery ad artisti contemporanei come Tracey Emin alla Tate Modern e David Hockney alla Serpentine Gallery di Hyde Park, fino a Emilio Isgrò al Museo Estorick.

Questo solo per dar conto, con una rapida carrellata, di un’offerta culturale immensa che a Londra può davvero soddisfare tutti i gusti e tutte le tasche. I prezzi dei biglietti alla Royal Opera House, a condizione di prenotare per tempo, partono dalle 15 sterline ma soprattutto, molti dei musei più famosi, dal British Museum alla National Gallery hanno sempre una collezione permanente aperta al pubblico, gratuitamente.

Varietà e accessibilità ma anche, e soprattutto, qualità di contenuti elevata, fanno sì che siano centinaia di migliaia, ogni anno, le persone che da tutto il mondo accorrono ai vari eventi. L’impatto, da punto di vista economico e sociale è rilevante. Basti sapere che, stando a dati dell’ufficio del Sindaco di Londra, l’industria creativa apporta all’economia della capitale britannica 51,7 miliardi di sterline all’anno e rappresenta un quinto dei posti di lavoro.  Non può sfuggire, tuttavia, che un’industria così dinamica e attraente ha anche un innegabile impatto sul fronte ambientale. È questa l’altra faccia della medaglia di un’invidiabile offerta culturale che continua a calamitare centinaia di migliaia di persone nella Capitale. Un problema che è stato subito avvertito (e affrontato) nel Paese di re Carlo III, da sempre strenuo difensore e paladino dell’ambiente. Con le sue fondazioni e suoi numerosi progetti il sovrano ha notoriamente fatto della lotta al cambiamento climatico e, in generale, del sostegno alla sostenibilità il suo stendardo.  In linea con questo sentire, la municipalità di Londra si è impegnata a raggiungere la neutralità climatica entro il 2030 attraverso la decarbonizzazione di tutti i settori, così come a migliorare la qualità dell’aria e dei trasporti, a preservare le aree verdi della città e ad adottare schemi di economia circolare per trasformare la capitale in una vera e propria città senza rifiuti.

In questo contesto, un’industria come quella della cultura e delle arti non poteva sottrarsi alla sfida e non inserire nelle sue attività e infrastrutture, strategie improntate ad una decisa riduzione degli impatti ambientali.

Avviato nel 2008 con il “Green Book programme” per l’efficientamento energetico dei teatri, nel 2012 l’impegno per una riduzione degli impatti ambientali si è esteso a tutto il settore della cultura e dello spettacolo. Ciò è avvenuto attraverso il lancio da parte della Ong Julie’s Bicycle, su impulso dell’England’s Arts Council, di un programma ambientale specifico confluito nel “Green Theatre Book”, finalizzato a decarbonizzare non solo gli edifici ma anche le produzioni degli operatori del settore.

Se per gli edifici i principali interventi per la riduzione della loro impronta carbonica, riguardano le fonti di approvvigionamento energetico, per le produzioni il cammino verso la neutralità climatica si snoda attraverso l’adozione di schemi di economia circolare che consentono, grazie al riutilizzo ed al riciclo, minori sprechi e un minore utilizzo di risorse e materie prime.

Secondo l’ultimo report stilato in collaborazione tra il consiglio delle Arti inglese e Julie’s Bicycle, nel 2025 circa 558 (su 985) organizzazioni del settore creativo e culturale hanno diffuso i loro ‘bilanci’ di impatto ambientale. Le aree analizzate hanno incluso i viaggi del personale, degli artisti e del pubblico, gli spostamenti di lavoro, l’energia utilizzata, l’utilizzo di materiali, lo smaltimento dei rifiuti e i consumi di acqua, sia per la gestione ordinaria delle varie strutture e degli eventi, sia per i singoli progetti creativi.

A livello nazionale, l’impronta carbonica del settore arriva a circa 115.960 tonnellate. Di queste, il 36% proviene dalla sola Londra con 42.424 tonnellate di CO2e. Si tratta di dati significativi, che rendono evidente l’impatto del settore e la necessità di proseguire con politiche mirate di riduzione delle emissioni. Tanto più che, rispetto all’anno precedente, si è assistito nel 2025 ad un aumento del 32% di queste ultime.  Tra i principali fattori causa di questo incremento, i viaggi del pubblico, nonché un aumento considerevole nell’utilizzo di energia e gas per illuminazione e riscaldamento.

Anche se il settore delle arti e della cultura rappresenta un piccolo 0,05% del totale delle emissioni di CO2 del Regno Unito, la sua capacità di influenzare i comportamenti di chi ne fruisce ne fanno un ‘player’ rilevante nella lotta al cambiamento climatico. Tanto più se, come abbiamo visto, le emissioni di anidride carbonica a Londra, in questo settore, sono dovute principalmente agli spostamenti del pubblico, che rappresentano dal 41% al 60% dell’impronta ecologica di un evento.

Ed in effetti tra le principali azioni concrete poste in essere da circa l’83% delle organizzazioni ai fini di una decarbonizzazione del settore, rientrano quelle di comunicare e promuovere i trasporti pubblici come opzioni di spostamento da o per le loro strutture.

Forse anche per questo a Londra, la sera in metropolitana, è abbastanza frequente incontrare uomini in smoking e signore eleganti in abiti lunghi e sneakers, pronte a salire su tacchi vertiginosi una volta arrivate nel foyer dei teatri. Un’abitudine che oramai è percepita come assolutamente normale e molto British: in altre parole una moda da emulare!

Questo per confermare una volta di più che, al di là delle normative, delle scelte strategiche e delle politiche adottate dai municipi e dalle varie organizzazioni, il testimone passa sempre a noi consumatori-fruitori che possiamo fare la differenza: sia come attori (e dunque ben venga la scelta di mezzi di trasporto pubblico per gli spostamenti) sia come soggetti che con le loro scelte di cartellone possono influire sul comportamento di altri e, quindi, sul cambiamento. Infatti, quando dobbiamo scegliere tra i numerosi spettacoli, mostre o festival in calendario, sarà bene optare per quelle offerte di cultura e di spettacolo incluse nel circuito del Green Theatre Book, che oggi è diventato un ‘manuale’ essenziale per orientare operatori, organizzazioni e infrastrutture culturali verso la sostenibilità ambientale. In altre parole, sarebbe auspicabile scegliere quelle realtà che fanno della sostenibilità, sia ambientale che sociale, il loro segno distintivo.

Almeno nel Regno Unito, Il messaggio tra il pubblico e gli operatori dell’industria della cultura e dello spettacolo sembra sia arrivato ad un buon livello di consapevolezza. Infatti qui, purché sia sostenibile e a impatto ridotto, sicuramente, “the show …. can go on”!

Marina De Antonellis Smimmo

Avvocato, moglie e madre di Luca e Martina, ha conseguito nel 2018 un Master in Business Administration all’Università Cattolica di Buenos Aires dove si è specializzata in strategie di sostenibilità e rendicontazioni non finanziarie per enti profit e non profit. Ha vissuto in Tailandia, Marocco, Libano e Argentina. Già consigliere dell’Acdmae, oggi vive con la famiglia a Londra dove continua a seguire con passione le tematiche ambientali e di sostenibilità in generale, oltre a dare il suo supporto ad iniziative benefiche e di promozione della cultura del nostro Paese.

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