Argenti di Libia – Biografie di oggetti e memorie di vita

di Elena Schenone Alberini

Le persone amano circondarsi di oggetti. Anzi le nostre vite ne sono disseminate nella quotidianita’ e spesso ne sono trasformate. Gli oggetti stessi hanno una loro biografia dal momento in cui nascono in un laboratorio o un’officina. Chi tra noi nei vari traslochi non si e’ trascinato dietro le cose piu’ strane, assurde, ingombranti che si sono intrecciate con la nostra vita?

Nella vetrinetta di famiglia, ereditata dai nonni, hanno nel tempo trovato spazio gli oggetti accumulati nei viaggi e nei paesi dove per un po’ abbiamo messo radici.

Quelli che mi hanno lasciato un segno indelebile sono gli argenti libici. Monili etnici, amuleti dalle forme geometriche bizzarre, pesanti cavigliere e cerchi di varie dimensioni decorati con simboli apotropaici. Argenti cesellati, incisi, traforati, fusi, sbalzati, granulati ed assemblati insieme a catenelle, ciondoli, mani di Fatima, coralli, plastica colorata o pezzetti di catarifrangenti rossi, conchiglie, Talleri in argento di Maria Teresa d’Austria, antiche conterie veneziane e stoffa colorata. Degli argenti libici ho scritto attraverso pubblicazioni ed articoli, dopo averli studiati ed osservati nei musei di Tripoli e Leptis Magna, nelle case private in Libia e nei villaggi del deserto dell’Akakus.  A volte, con un po’ di fortuna, sono stata invitata ad unirmi ai rituali complessi delle cerimonie nuziali,  esclusivamente femminili e sempre nascosti. Per proteggere la sposa nel momento in cui e’ piu’ vulnerabile e sensibile all’influenza dei jin, spiriti antichi, legati alla natura ed al mondo misterioso del deserto. Spiriti molto potenti invisibili all’occhio umano che possono assumere varie forme e fare molto male o anche molto bene. La donna ne e’ ricoperta, anzi e’ nascosta sotto veli e stoffe preziose, durante le cerimonie nuziali per proteggere la sua fertilita’, la sua capacita’ di procreare, mettere al mondo altra vita e quindi assicurare la discendenza. Tutto il clan familiare viene coinvolto e se mancano delle cose vengono prestate per essere restituite con la baraka, che in tutto il Nord Africa significa benedizione. Secondo le credenze la sposa in quel momento si trasforma ed acquisisce la misteriosa forza sacra che hanno anche i santoni uomini e donne le cui tombe sono meta di pellegrinaggi.

Gli oggetti prestati, soprattutto i monili, vengono infusi di questa forza e quindi quando sono restituiti porteranno fortuna e gioia ai loro destinatari.

Gli argenti portano i segni del tempo che passa, si usurano, si allisciano, invecchiano e si adattano in nuove composizioni, a volte cambiando anche radicalmente funzione.

Nati dalla maestria degli artigiani libici, generalmente ebrei, per la committenza sia ebrea che musulmana, sono ormai da tempo oggetti in via di estinzione.

Ho lasciato Tripoli nel ’99, ci sono ritornata nel 2006 per tenere alcune conferenze e gia’ in quel momento erano aperte poche botteghe dove gli artigiani si dedicavano alla produzione di oggetti in filigrana dorata, piu’ popolari e meno costosi. Rimanevano solo pochi negozi dove ancora si potevano trovare pezzi importanti come cavigliere o spille a mezzaluna in argento pesante cesellato, ricordi delle ricche doti delle donne libiche e che qualcuno ricevuti in eredita’ voleva vendere.

Alcuni di questi gioielli sono oggi esposti al Museo Ebraico di Roma nella sala dedicata agli Ebrei della Libia che e’ stata inaugurata l’8 dicembre 2009. Quel giorno ho presentato il frutto della mia lunga ricerca sui gioielli libici di fronte ad un folto pubblico curioso, anche se un po’ diffidente.

E’ stata una grande emozione per me raccontare le storie che avevo raccolto negli anni in Libia e confrontarle con le storie degli ebrei libici, che erano stati cacciati ed esiliati in circostanze tragiche e cruente, ormai da lungo tempo. Alcuni di loro erano i discendenti degli argentieri di Suk Es-Siaga di Tripoli, custodi di un’arte antica e secolare che seppero mantenere con tenacia ed intelligenza, creando gioielli in oro e argento con lavorazioni che li rendevano famosi in tutto il Mediterraneo.

Gli argenti svelano un universo di simboli e segni di cui spesso si e’ perso il significato. Il Nord Africa e’ il risultato di una sedimentazione di popolazioni diverse (berberi, ebrei, arabi, africani, turchi, europei) incastonati in una storia comune lunga e drammatica. Diventa cosi’ difficile distinguere ed identificare le origini esatte dei motivi ornamentali e delle pratiche rituali ed i costumi. Gli stessi motivi geometrici, animali e floreali si intrecciano nei tappeti, sono ricamati sulle stoffe, dipinti sulle ceramiche, incisi nei bauli di legno, e incisi sugli oggetti decorativi di rame. Gli artigiani li hanno assimilati dalla notte dei tempi per proteggere uomini e donne dal male e dall’ignoto. L’argento si dice “raffredda l’occhio”, neutralizza ogni influenza negativa e “rende bianco” l’avvenire. Altre sostanze di colore bianco come lo zucchero, farina, latte, uovo sono utilizzate per lo stesso motivo nei vari rituali del matrimonio ed altre cerimonie.

I monili pesanti e carichi di monete e pendagli diventano anche il segno di appartenenza ad un particolare clan familiare, e territorio geografico. Ricordo ancora la giovane libica, il cui padre aveva ricoperto ruoli diplomatici in Europa, rispondermi in un perfetto inglese “I belong to a tribe”. Spiegarmi poi delle donne della sua famiglia e dell’uso di alcune collane con ciondoli a forma di pesce e chicchi di grano.

Questa ricerca sulla simbologia e’ stata molto difficile. Ho iniziato fotografando gli oggetti in una piccola bottega nel Suk di Tripoli. Giuma, il proprietario mi accoglieva parlandomi in un misto di italiano e dialetto libico. Ho passato ore seduta in attesa dei clienti che portavano i monili da vendere o scambiare. Facevo molte domande, nel tentativo di creare un archivio: origine geografica ed etimologica dei monili, loro uso, funzioni, chi li aveva creati perche’ incisi erano a volte le iniziali dell’argentiere etc. Da li’ piano piano si e’ sparsa la voce e molte famiglie libiche mi hanno aperto le porte delle loro case e dei loro ricordi di vita. E’ stata un’esperienza umana e culturale profonda, che non si e’ ancora conclusa.

Mi sono resa conto che ho creato una relazione molto stretta ed intima con questi oggetti, che credo mi abbiano dato forza e portato fortuna nel mio soggiorno libico. Sono stati il mezzo per entrare in contatto con persone ed ambienti che non erano accessibili, hanno creato un ponte per comunicare con persone che sono diventate importanti nella mia vita e mi hanno aiutato a provare a comprendere cosa succedeva in quel paese enigmatico, misterioso, disordinato ed imprevedibile. In questi anni a Roma nella vetrina un posto importante lo occupa una cintura da sposa, la cui forma rotonda sembra sia ispirata al setaccio per separare il cous cous o la farina. Una lunga fascia in argento cesellata con motivi ispirati alle palme, grappoli d’uva o forse datteri e rosette che formano delle piccole nicchie dove spuntano dei felini, gazzelle, un dromedario ed un elefante. Mi fa venire in mente il tempo in cui il deserto era un grande territorio senza confini, dove le persone si muovevano con liberta’, spinti da un forte spirito vitale e grande capacita’ di adattamento. La cintura stessa ha una sua biografia: nata dalle mani dell’argentiere, ha accompagnato una o forse piu’ donne nei momenti cruciali della loro vita, e’ poi ritornata nella bottega del suk e quindi acquisita nella mia collezione dopo una lunga negoziazione. Quando la osservo ne apprezzo la bellezza, la raffinatezza, ne ammiro gli intrecci simbolici e l’accuratezza delle rifiniture. Mi parla in modo immediato, quasi magico. La guardo e mi fa pensare. Evoca emozioni, ed insieme agli altri argenti diventa parte  dell’archivio di tante chiavi di lettura di una realta’ sociale, geografica, politica di un paese che e’ ancora inquieto ed in tensione.

Gli argenti mi hanno cambiata in molte cose: hanno affinato la mia pazienza, stimolato la mia curiosita’, aumentato la mia abilita’ di osservazione della realta’, sviluppato la mia attitudine all’empatia nel modo di comunicare con sconosciuti ed altre culture.

E per voi?

Quali sono gli oggetti che hanno “fatto la vostra vita”?

Elena Schenone Alberini

Nata a Genova e cresciuta a Roma, si è laureata in Scienze Politiche alla Luiss. Ha vissuto in Libia, Stati Uniti e Turchia. Si è dedicata con passione a studi etnografici sulla simbologia dei monili berberi del Nord Africa pubblicando la monografia “Libyan Jewellery a Journey through symbols” (Araldo De Luca Edit, 1998). Si interessa di formazione e comunicazione interculturale, arte e scrittura. E’ consigliera ACDMAE

8 Commenti
  1. Bravissima, Elena, un bellissimo viaggio nella cultura e nella tradizione di un paese che pochi di noi conoscono davvero!

  2. Complimenti Elena, il tuo articolo è straordinario. Mi ha fatto immergere con i 5 sensi nei luoghi descritti e nelle suggestioni create. Grazie alle tue osservazioni, inizierò a guardare con occhi diversi gli oggetti che mi circondano, cercando di indovinarne la biografia.

  3. Complimenti Elena per il tuo articolo così accurato. Mi hai fatto viaggiare e vivere le tue stesse emozioni. Gli oggetti raccontano storie per chi li sa ascoltare. Ricordo ancora con piacere l’esperienza della realizzazione del tuo libro. Grazie!

  4. Grazie Elena. Il tuo bellissimo racconto mi ha ricordato che la ricchezza del nostro vissuto ci deve guidare attraverso il tempo.
    Brava, mi sono emozionata.

  5. Complimenti Elena. Anche se a conoscenza del tuo bellissimo volume sulla gioielleria libica, ben ricordando il profondo impegno delle ricerche da te effettuate per addivenire ad un opera di tale spessore ed importanza, il tuo articolo, mirabile sintesi dei sentimenti che accompagnano la ricca oggettistica citata, merita veramente un sincero apprezzamento ed un grato riconoscimento per averci riportato emozioni purtroppo da tempo sopite!

  6. Elena complimenti per questa tua bellissima testimonianza di un paese ricco di storia e arte. brava

  7. Wallahi, ya Elena, mabruk jiddan.
    Mi e’ piaciuto molto l’articolo, anche perche’ alcuni degli oggetti che descrivi, li ho visti di persona. E sono anche stato in quel suq. Sopratutto, e t’invidio, mi e’ piaciuto il modo in cui riesci a mescolare il personale con l’analisi e la descrizione antropolgica/artistica. Non sempre ci riesco

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