di Paola Alessandra Currò
Ci sono luoghi che danno l’impressione di conservare intatto il peso del tempo. La Casbah di Algeri è uno di questi. Distesa sulla collina che guarda il Mediterraneo, la Casbah non è soltanto un quartiere storico: è un luogo che sembra sfuggire al tempo, una città nella città, un labirinto che obbliga a rallentare e ad ascoltare.
La città moderna appare ampia, rumorosa, attraversata dal traffico e da edifici che raccontano epoche diverse, tra abitazioni storiche dallo stile moresco, eleganti palazzi del periodo coloniale francese e, infine, i grandi complessi del socialismo algerino del dopoguerra. Poi, improvvisamente, la strada sale e tutto cambia. Si entra nella Casbah attraverso vicoli stretti, scalinate irregolari, archi consumati dal tempo. Le automobili spariscono, il rumore si attenua. Restano le voci, il profumo del cibo appena preparato, il richiamo alla preghiera che rimbalza sulle pareti.
La Casbah di Algeri, oggi patrimonio UNESCO, nasce in epoca medievale ma assume la sua forma attuale soprattutto durante il dominio ottomano, tra il XVI e il XIX secolo. All’epoca, Algeri era uno dei principali centri del Mediterraneo, animata da vivaci traffici commerciali e marittimi che la rendevano un punto d’incontro tra popoli e culture diverse.
Con l’arrivo della dominazione francese, a partire dal 1830, la città cambia profondamente. Algeri diventa capitale coloniale e si delinea una netta separazione tra la città “europea”, costruita secondo modelli urbanistici occidentali, e la Casbah, che rimane invece il cuore “indigeno” e popolare. Questa frattura attraversa tutto il periodo coloniale e segna profondamente la vita urbana e sociale della città.
È in questo contesto che la Casbah diventa, durante la guerra d’indipendenza, uno dei principali centri della resistenza del Fronte di Liberazione Nazionale. Tra i suoi vicoli, i combattenti si muovono attraverso passaggi nascosti, terrazze comunicanti e scale invisibili dall’esterno. La stessa conformazione della Casbah diventa uno strumento di sopravvivenza e di lotta.
In questo intreccio di case e corridoi, la memoria sembra ancora oggi presente. Lo si percepisce visitando uno dei luoghi più emblematici, la casa di Ali La Pointe, il cui vero nome era Ali Ammar. Qui, nell’ottobre del 1957, si consumò uno degli episodi più noti della battaglia di Algeri: i paracadutisti francesi fecero esplodere il nascondiglio dove si erano rifugiati Ali La Pointe, HassibaBen Bouali, il Petit Omar e Mahmoud Bouhamidi. I quattro rifiutarono di arrendersi e morirono nell’esplosione, diventando martiri della rivoluzione. Ancora oggi molti algerini parlano di loro con emozione autentica, quasi fossero figure appartenenti non soltanto alla storia nazionale, ma alla memoria familiare di ogni quartiere.
Dopo aver visitato quei luoghi, la guerra d’indipendenza non mi sembrava più così lontana e astratta. Quella sera, di ritorno a casa, guardai per la prima volta “La battaglia di Algeri”, il film di Gillo Pontecorvo, che ha contribuito a raccontare al mondo quei giorni drammatici.
Eppure la Casbah non è solo un luogo storico: è un luogo profondamente vivo, in cui il passato continua a mescolarsi alla vita quotidiana. È proprio nella vita di tutti i giorni che il suo carattere si rivela, ma solo agli occhi di chi sappia guardare oltre i muri scrostati, le macerie lasciate dagli edifici crollati e le piccole discariche improvvisate agli angoli dei vicoli. Spesso, dietro porte anonime e facciate consumate dal tempo si nascondono cortili, terrazze e frammenti di bellezza inattesa. A volte bastano pochi gradini per ritrovarsi su una terrazza sospesa sopra la baia di Algeri, dove il Mediterraneo sembra dissolversi nel cielo.
I palazzi stessi raccontano questa bellezza nascosta. Il Palazzo Mustapha Pacha, antica dimora ottomana costruita alla fine del Settecento, conserva ancora cortili decorati, maioliche e dettagli raffinati che testimoniano l’eleganza dell’Algeri ottomana. Varcando il suo ingresso, il caos della città sembra allontanarsi improvvisamente, lasciando spazio alla quiete dei cortili interni e al suono dell’acqua delle fontane.
Passeggiando per i vicoli della Casbah ricordo di essere rimasta molto colpita anche dai murales delle tifoserie calcistiche, con slogan spesso espressi in lingua italiana, a dimostrazione di quanto il legame culturale con l’Italia e con il calcio italiano sia profondamente radicato. Sono dettagli che mostrano anche il ruolo centrale che il calcio continua ad avere nella vita quotidiana e nell’identità collettiva algerina. Qui il calcio non è soltanto sport o intrattenimento: è appartenenza, memoria condivisa. Durante gli anni del colonialismo francese, le squadre e i club divennero anch’essi simboli di appartenenza e resistenza, realtà nelle quali molti algerini potevano riconoscersi e sentirsi parte di una stessa identità collettiva. Ancora oggi quello spirito sopravvive nei quartieri, negli stadi e perfino sui muri della Casbah, che continua a rappresentare il cuore emotivo e pulsantedella città.
Dopo un anno ad Algeri, mi sembra che la Casbah sia soprattutto questo: un luogo che non si esaurisce nella visita, ma che si comprende solo nel tempo. Camminando tra i suoi vicoli si ha la sensazione di trovarsi in un luogo sospeso tra il rischio di sparire, tra macerie e incuria, e una volontà ostinata di sopravvivere. Forse è proprio questa precarietà a renderla così intensa, così viva e malinconica allo stesso tempo.
E mentre si attraversano le sue strade strette e irregolari, il mare continua ad apparire all’improvviso tra le terrazze e in fondo ai vicoli: una presenza costante e discreta che sembra vegliare sulla Casbah e sulla vita che continua a scorrervi dentro.
Paola Alessandra Currò

Laureata in Giurisprudenza, si specializza alla Luiss School of Government e all’Università di Poitiers (Francia). Funzionaria del MAECI dal 2021, è nominata nel 2025 addetta commerciale dell’Ufficio Economico dell’Ambasciata d’Italia ad Algeri.












