Uganda, la perla d’Africa con il futuro in mano alle donne

di Anna Muscetta Fornara

Il primo impatto rispetto ad un paese è spesso legato a ricordi immediati, che rimangono impressi nella memoria in modo indelebile.

Ricordo ancora la vista del lago Vittoria dall’aereo in arrivo dalla nostra precedente sede, il Senegal. Mi è sembrato immenso, come un mare costellato da isole rigogliose, circondato da ampi spazi di verde intenso e di terra rossa.

L’Uganda è bellissima, varia, ricca di vita e generosa di colori. Provenendo da un Paese prevalentemente arido mi è sembrata davvero come il giardino dell’Eden, e forse così rimarrà per sempre nei miei ricordi.

Nel percorrere la strada caotica che collega l’aeroporto di Entebbe alla capitale, Kampala, ho avvertito subito un senso di familiarità. Forse perché venivamo da un’altra sede africana. Le bancarelle lungo la strada, la moltitudine di bambini di ogni età nelle loro divise scolastiche, le bici, le moto-taxi (boda-boda), gli animali: tutto mi è sembrato accoglierci nel migliore dei modi.

Ogni nuova sede porta con sé un misto di curiosità ed incertezza. Anche l’Uganda non ha fatto eccezione. Ben presto si è rivelata una fonte inesauribile di sorprese, non solo per la straordinaria bellezza del paese (non per niente definita “la perla d’Africa”) e per la natura ospitale dei suoi abitanti, ma anche per l’eccezionale storia di relazioni con l’Italia. I nostri rapporti bilaterali traggono origine all’inizio del secolo scorso, dall’impegno di medici e missionari, sui quali si è poi sviluppato un rapporto più istituzionale e strutturato con l’arrivo della Cooperazione Italiana e di tante nostre ONG. Gli italiani sono ovunque in Uganda molto benvoluti e accolti generalmente con entusiasmo.

Uno dei grandi privilegi della nostra vita itinerante è certamente quello di poter conoscere da vicino culture così diverse dalla nostra e di poter incontrare persone incredibili di cui probabilmente non sapremmo nulla rimanendo nella nostra “comfort zone”, e nei nostri paesi di provenienza. L’esperienza ugandese non ha certamente disatteso questa caratteristica.

In Uganda le donne sono il fulcro della famiglia, si occupano della casa, del lavoro nei campi e dell’approvvigionamento dell’acqua, in un contesto purtroppo caratterizzato da una serie di criticità che minano i loro diritti e le loro capacità di partecipazione attiva e paritaria alle dinamiche sociali. L’indice di fertilità è tra i più alti al mondo: ogni donna partorisce in media 5,5 figli, il primo spesso in un’età compresa tra i 15 e i 19 anni. Più di una donna su cinque tra i 15 e i 49 anni ha subito qualche forma di violenza, spesso in ambiente domestico. Resta ancora molto limitato l’accesso ai servizi di tutela della salute femminile. Diffusa è ancora la pratica dei matrimoni precoci che, insieme alle gravidanze in adolescenza, impattano pesantemente sul tasso di scolarità delle giovani ugandesi.  Nelle zone rurali inoltre l’abbandono scolastico coincide spesso con la pubertà per le difficoltà economica di acquistare assorbenti e logistica di frequentare i corsi dove spesso mancano ancora i servizi igienici. E così la pubertà coincide spesso con un calo del rendimento scolastico per le ripetute assenze durante il ciclo. E con il matrimonio forzato.

In questo contesto, la solidarietà e l’aggregazione sono due strumenti fondamentali che hanno prodotto anche risultati di straordinario interesse. Tra le numerose donne straordinarie che ho incontrato nei miei anni in Uganda, amo ricordarne tre che mi hanno indelebilmente colpita per come hanno saputo coniugare il loro personale talento con una spiccata visione di solidarietà sociale.

Molto diverse tra di loro come esperienze e come storia di vita, unite però dal desiderio di sostenere altre donne nel difficile percorso di emancipazione da un sistema sociale che ancora ne limita e condiziona i diritti e la partecipazione.

L’occasione di conoscerle si è creata nell’ambito di una serie di sfilate di moda che ho organizzato con alcune ONG italiane fortemente radicate nel paese e con l’associazione culturale degli italiani in Uganda (CAIU ). Un progetto nato un po’ per caso, con l’intenzione da un lato di promuovere un’area di eccellenza italiana e dall’altro di sostenere giovani stilisti locali (dotati, ma carenti di mezzi). In tutte le tre sfilate è stata inoltre scelta una causa cui devolvere i fondi raccolti. Il primo anno, in favore di una scuola professionale di sartoria patrocinata dall’AVSI presso la quale abbiamo organizzato un corso di camiceria con una docente venuta dall’Italia; Il secondo in favore delle donne del Meeting Point International, un’importante iniziativa dell’AVSI come leggerete più avanti. Infine, il terz’anno, forti delle esperienze precedenti e in collaborazione con fashion designer affermati, italiani ed ugandesi, abbiamo organizzato una competizione tra giovani stilisti locali, con il doppio obiettivo di finanziare alla vincitrice uno stage in un atelier romano  e raccogliere fondi a favore della lotta alla “fistola ostetrica”.

Questi tre eventi hanno creato interessanti occasioni di scambio tra le comunità italiana ed ugandese, non solo sul piano sociale ed economico ma anche (se non soprattutto) su quello umano. Per me sono inoltre state le occasioni per conoscere e lavorare con tre donne straordinarie: Rachael Kungu, Rose Busynge e Halima Namakula.

Ho conosciuto Rachael Kungu (“DJ Rachael” come la conoscono tutti) alla scuola dei miei figli dove, insieme alla sua compagna Melanie, aveva iscritto anche suo figlio. L’ho avvicinata innanzitutto come mamma, chiedendole poi aiuto per la sfilata di beneficienza dove avrei voluto che si occupasse della parte musicale. Alla prima riunione di lavoro mi ha chiesto se potevamo includere nella sfilata una stilista a suo parere molto talentuosa (come in effetti si è dimostrata essere) spiegandomi che era la sua compagna (“we are a family”). Il suo è stato inaspettato attestato di fiducia nei miei confronti che ho molto apprezzato perché in Uganda l’omosessualità, oltre ad essere un tabù, è proibita dal codice penale, e quindi vissuta molto spesso in clandestinità.

Minuta, sorridente, grintosa, non avevo idea del suo incredibile curriculum quando l’ho avvicinata. Inizia la sua carriera nel 1995 sfidando ogni stereotipo, anche a costo di mettere a rischio la sua sicurezza, ed ora è considerata una delle migliori (forse la migliore) DJ donna d’Africa. Questa pioniera, seria, coraggiosa e determinata è anche co-fondatrice di “Femme Electronic” (https://www.facebook.com/djRachael/), una piattaforma per lanciare donne DJ e produttrici di musica elettronica nell’Africa dell’est. Un progetto che ha avviato in collaborazione con il Goethe Zentrum di Kampala con l’idea di sostenere e promuovere la presenza di donne in un ambito, come la musica elettronica, prevalentemente maschile. “Femme Electronic” organizza seminari di formazione, eventi, corsi di vario genere ed è attualmente presente sia in Uganda che in Kenya.

Senza aver mai fatto mistero della sua omosessualità, DJ Rachael non si è mai posta come modello per la comunità LGBT. In un paese dove l’omosessualità è ancora fortemente stigmatizzata, è stata isolata dalla propria famiglia e non ha certamente avuto vita facile scegliendo di vivere con la compagna ed allevare insieme a lei un figlio.

Back home you can’t really be openly gay because of that. But my friends and my fans know. It wasn’t always easy. I lost a couple of friends because of it and my name was dragged through the mud in the yellow press when I gained more notoriety as an artist. They still write weird stuff every now and then. It’s not the best time to be gay or queer in this country. I don’t see myself as a spokesperson for the LGBTQ community though. I am not out there trying to start a movement or something. But a lot of people are coming to me for help and advice or get a bit comforted and soothed. If I can provide that I am happy.”

Questi i motivi per cui, con la sua famiglia, si è momentaneamente trasferita a Los Angeles, dove ognuno può essere se’ stesso e anche il figlio può coltivare il suo talento calcistico a livello semiprofessionistico. Da lì Rachael segue ancora il progetto di Femme Eletronic e continua a rappresentare, con il suo esempio, un modello positivo per molte giovani donne africane.

Rose Busynge è un’infermiera ugandese fondatrice e presidente del Meeting Point International (MPI) (http://meetingpoint-int.org/home/rose-busingye/). Dopo avere passato parte dell’adolescenza a Kitgum, nel nord dell’Uganda, ed essere stata testimone di molte delle atrocità che hanno caratterizzato la terribile guerra civile causata dalla ribellione della Lord Resistance Army di Joseph Kony, Rose decide di studiare da infermiera e passa un lungo periodo di formazione in Italia.

Nel 2003 rientra in Uganda fortemente motivata a dare un suo contributo, soprattutto per aiutare le donne sopravvissute agli orrori della guerra, molte delle quali rapite e sposate a forza ai soldati di Kony e quindi al loro rientro ripudiate (loro ed i figli frutto di quelle unioni violente) dalle rispettive famiglie. Con questo intento fonda MPI nell’intenzione di restituire dignità e dare un nuovo scopo di vita a chi è ai margini della società (nella maggior parte dei casi donne positive all’HIV), tramite formazione, lavoro, progetti pionieristici per il microcredito e anche “arte terapia”.

La straordinaria avventura di questo gruppo di donne unite da un passato di violenze di ogni genere ed emarginazione sociale ha come grande successo la raccolta di fondi (fatta in collaborazione con AVSI, di cui il MPI è partner) per la costruzione di due scuole: la Luigi Giussani Primary School e la Luigi Giussani High School che sono un’eccellenza nel panorama scolastico ugandese, il frutto della volontà e dell’incredibile determinazione di queste donne che vogliono garantire un futuro migliore ai propri figli.

Rose e le donne di MPI sono forse le persone, sopravvissute a un passato terribile, con il miglior spirito combattivo e la più contagiosa energia positiva che io abbia mai incontrato. Ricorderò sempre il loro messaggio di speranza e resilienza, una forza in grado di far superare anche le esperienze più buie.

Halima Namakula è una cantante e attivista ugandese che ha deciso di mettere la sua fama e le sue energie al servizio delle donne del suo paese. E’ tra le fondatrici di Women al Work International (https://wawi.or.ug/), una NGO ugandese che tra le altre cose ha preso a cuore il problema della fistola ostetrica, una dolorosa lacerazione da parto che provoca gravissimi problemi di incontinenza. Colpisce circa due milioni di donne in tutto il mondo e l’Uganda è il terzo paese per numero di casi. Si tratta di una condizione prevenibile e curabile, spesso conseguenza di inadeguate cure ostetriche e causata, nel 90% dei casi essa è causata, da un travaglio nella prima gravidanza in giovanissima età, che si prolunga anche per giorni.

Le donne con fistola ostetrica spesso sono ripudiate dal marito, isolate dalla comunità e stigmatizzate. Questa situazione preclude la possibilità di lavorare e condiziona drasticamente la qualità di vita. Le conseguenze economiche e sociali della fistola aggravano ulteriormente la posizione di vulnerabilità delle donne, spesso poco più che bambine, nella società. È difficile spiegare come un tema così scomodo possa essere affrontato con tanta delicatezza. Eppure Halima ci riesce e con le sue canzoni da voce a migliaia di donne altrimenti dimenticate.

Negli ultimi anni ha svolto un lavoro capillare di sensibilizzazione e formazione sulla fistola e sulle sue ricadute in termini di salute e sociali, organizzando incontri, soprattutto nelle scuole, anche in regioni remote del paese, coinvolgendo ragazzi e ragazze, e utilizzando giovani cantanti come testimonial e veicolo d’informazione nelle comunità. Le campagne di sensibilizzazione durano anche un paio di settimane, durante le quali nelle scuole si organizzano incontri con donne che hanno sofferto di questa condizione per molti anni prima di essere operate grazie al sostegno economico e logistico di WAWI. Al termine della campagna generalmente viene organizzata una marcia con tutti gli studenti, che attraversa il quartiere o il villaggio e culmina in un concerto-evento. In questo modo si cerca di utilizzare le giovani generazioni per coinvolgere anche gli adulti nella conoscenza di una condizione così comune di cui però ancora si parla pochissimo.

Halima mi ha invitata a partecipare ad una di queste manifestazioni e mi sono trovata in un sobborgo di Kampala a marciare con lei ed un centinaio persone: studenti e donne sopravvissute alla fistola (le sue “ campionesse “ come le chiama lei). Unica “muzungu”, così sono chiamati i bianchi in Africa dell’est, presente all’evento, non ho capito una parola del racconto di una donna che ha descritto 40 anni di vita con la fistola – sdraiata tutto il giorno, usciva solo di notte quando non vista – prima di venire a conoscenza del programma di WAWi ed essere finalmente “liberata” con il loro aiuto. Ma più delle parole hanno potuto il suo sorriso e la sua danza: vedere questa donna coraggiosa ballare con Halima per celebrare la loro comune vittoria, marciare con loro (alcune camminano davvero a fatica a causa della loro condizione) e con gli studenti liceali, anche maschi per renderli consapevoli del problema, è stata davvero un’emozione grande che porterò nel bagaglio di ricordi che questo incredibile paese mi ha lasciato.

Queste sono solo alcune delle straordinarie donne che ho conosciuto durante il mio periodo africano. Le loro storie aiutano ad uscire dalla mia “comfort zone” ed a comprendere a fondo quanto molte condizioni e diritti che normalmente diamo per scontati in diversi paesi del mondo non lo siano affatto. E’ ancora difficile per molte donne anche solo accedere all’istruzione o ad altri diritti fondamentali, come quello alla salute. In questi anni ho pienamente apprezzato l’incredibile fortuna che ho avuto potendo studiare, lavorare e scegliere autonomamente il mio futuro.

Molti indicatori sullo sviluppo internazionale evidenziano che i progetti di cooperazione che pongono al centro il ruolo sociale della donna hanno un effetto moltiplicatore superiore. E’ ciò che ho avuto il privilegio di poter toccare con mano, durante la mia esperienza in Senegal e Uganda. Sono donne – agenti di cambiamento come Rachael, Rose e Halima di cui l’Africa ha urgente bisogno per il suo futuro.

Anna Muscetta Fornara

Neuropsichiatra infantile e mamma di due ragazzi.
Nata e cresciuta a Roma fino a 34 anni, ha svolto lavoro clinico in Italia, in Senegal e Uganda, e lavorato con l’OMS alla pubblicazione di linee guida per la gestione delle malattie neurologiche in Paesi in Via di Sviluppo.
Al seguito del marito, ha vissuto in Svizzera, in Africa occidentale ed orientale.

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