di Lavinia Coppola De Nicolo
La casa romana di Patrizia Bonanzinga, matematica e fotografa, è uno spazio che racconta di una vita trascorsa tra continenti diversi, seguendo un percorso scientifico e insieme profondamente umano. Cresciuta in diverse città d’Italia e laureata in matematica all’Università di Siena, ha sposato un funzionario diplomatico, incontrato in Algeria, dove era per il suo lavoro. Successivamente, lo segue nelle diverse sedi di missione. Ha vissuto in sei paesi – Messico, Algeria, Stati Uniti, Francia, Cina e Belgio – e in undici città diverse. I continui spostamenti non le impediscono di reinventarsi, come succede sempre più spesso ai consorti “itineranti”. Nel caso di Patrizia le permettono anche di compiere un percorso di ricerca umana e artistica che è sicuramente approdato ad un risultato eccezionale. Le sue opere – immagini sia analogiche che digitali, stampate su diversi supporti, ma anche installazioni – sono state esposte in Italia e all’estero e oggi fanno parte di importanti collezioni. Tra queste quelle di MAXXI, GNAM, Collezione Farnesina, Vittoriale degli Italiani, Moscow House of Photography, Centro Ricardo Rangel di Maputo, Fondazione Bracco a Milano.
All’impegno artistico si accompagna anche l’impegno civile: Patrizia Bonanzinga è anche vicepresidente dell’Associazione Donne Fotografe, fondata a Bologna nel 2017 da Patrizia Pulga e nata dalla necessità di promuovere la fotografia femminile, in un mondo in cui le donne fanno fatica ad affermarsi.
Quando è entrata la fotografia nella tua vita?
Molto presto, quando studiavo matematica a Siena e frequentavo un gruppo di appassionati. Ricordo ancora le notti trascorse in camera oscura ad aspettare che le immagini emergessero sulla carta. Era già il mio modo di guardare il mondo: dare forma a qualcosa che altrimenti sarebbe rimasto invisibile.
Poi la vita mi ha portata altrove. Ho lavorato per anni nella ricerca scientifica, alla Fondazione Ugo Bordoni di Roma, nel settore delle telecomunicazioni, occupandomi di modelli sull’innovazione. Erano anni straordinari, in cui si immaginava un futuro che oggi è diventato il nostro presente. Ho avuto la possibilità di svolgere attività di ricerca al MIT di Cambridge (Massachussets, USA) e all’Agenzia Spaziale Europea di Parigi. Si parlava di reti, connessioni, sistemi complessi, in definitiva, di relazioni.
Il viaggio è qualcosa che ha sempre caratterizzato la tua vita. Quando hai capito che il tuo nuovo mondo era la fotografia?
La svolta arriva con la Cina con l’incarico ricevuto nel 1995 da mio marito a Pechino. Decidemmo di trasferirci. Volevo tenere unita la famiglia ed ero anche affascinata dall’idea di vivere in un Paese che stava entrando in una nuova fase della sua storia.
Per un anno studiai cinese otto ore al giorno. Per la prima volta dopo molto tempo mi ritrovai con uno spazio mentale non completamente assorbito dal lavoro. Fu allora che la fotografia tornò a bussare alla mia porta. Avevo con me una Pentax K1000 e fu come se mi dicesse: “Ci sono ancora”.
Che impressione ti fece la Cina di allora?
La prima cosa che ricordo è l’odore del carbone che sentii appena scesa dall’aereo. Era ovunque, nelle grandi città, nelle periferie, nelle campagne, nelle case: all’epoca gran parte dell’energia del Paese, il 75%, dipendeva ancora da questa fonte.
Io osservavo tutto con l’occhio della ricercatrice cercando di capire i sistemi che avevo davanti: le infrastrutture, le reti e l’impatto che avevano sulla vita delle persone. Viaggiavo molto da sola e a volte i miei occhiali scuri e il mio cappello facevano sì che venissi scambiata per un uomo, cosa che spesso mi tornava utile e allo stesso tempo mi divertiva. Mi interessava prima di tutto entrare in contatto con le persone: non mi sono mai presentata immediatamente come fotografa, ma parlavo, spiegavo i miei progetti e solo poi chiedevo il permesso di fotografare. Non ho mai rubato una foto. Preferisco la partecipazione all’osservazione distante perché è da questa che nasce la capacità interpretativa della fotografia.
Che cosa cercavi nelle tue immagini?
Mi hanno sempre affascinato i luoghi in cui culture differenti si incontrano e si trasformano: le mescolanze sono fonte di arricchimento e di grande ispirazione. Ho seguito anche i percorsi delle vecchie linee ferroviarie con partenza da Kunming, capoluogo della Provincia dello Yunnan che confina con il Vietnam: i confini sono laboratori di identità, luoghi dove nulla rimane immutato.
La Cina riconosce ufficialmente cinquantasei gruppi etnici e io ero attratta soprattutto da quelli delle aree periferiche lontane dalle grandi città. Ricordo il Fujian e le case collettive degli Hakka, enormi strutture circolari progettate per ospitare decine di famiglie dello stesso clan. La prima volta che le ho viste erano abitate soltanto dagli anziani perché le famiglie si erano trasferite lontane da lì, in cerca di lavoro. Quando sono tornata anni dopo, il turismo interno aveva ancor più modificato quei luoghi: le architetture erano rimaste, ma si era ormai completamente trasformato il tessuto sociale che dava loro l’antico significato.
In Cina porti a termine “The Road to Coal”, lavoro che imprime la svolta nella tua carriera…
Sì. Quello che inizialmente era uno sguardo personale si trasformò in un lavoro. Ho cominciato ad interessarmi subito all’industria del carbone in Cina e nel libro ho raccontato la complessità di un sistema produttivo che diventava metafora di un’intera società. Il carbone era energia, sviluppo, fatica, inquinamento, modernità, lavoro e sfruttamento. Mi interessava osservare il rapporto tra l’uomo e il paesaggio industriale. Da questo è nata una mostra, un libro e un video. e In seguito sono cominciate le collaborazioni con riviste e case editrici. È in questa fase che ho imparato che il fotogiornalismo è un lavoro collettivo. Un fotografo ha bisogno di confrontarsi con un photo editor, giornalisti e curatori. Da soli si rischia di innamorarsi troppo delle proprie immagini e di perdere il focus del reportage: in questo senso il processo, data la sua necessaria stringatezza, è completamente differente dall’allestimento di una mostra o dalla creazione di un libro.
Nel tuo percorso entra anche l’Africa
L’esperienza in Mozambico è stata fondamentale. Arrivai a Maputo per un progetto UNICRI, l’Istituto delle Nazioni Unite che si occupa di giustizia e criminalità: era necessario implementare la comunicazione per aprire la strada a una nuova legge sulla giustizia minorile. Ho operato sul territorio sotto l’ombrello della Cooperazione e con il supporto dell’Ambasciata. Lì scoprii una percezione del tempo completamente diversa da quella occidentale: il concetto di tempo circolare, quello che tiene conto del percorso ciclico della vita, delle stagioni, delle persone, mi ha accompagnato nel percorso professionale.
Entrai in contatto con i bambini di strada, all’inizio pochi, poi oltre cento, e iniziai a coinvolgerli in laboratori fotografici. Compresi quanto la fotografia possa essere uno strumento educativo, capace di generare consapevolezza, inclusione e fiducia.
Il tuo linguaggio fotografico è cambiato nel tempo?
Moltissimo. Però continuo a utilizzare spesso la pellicola e la mia Hasselblad XPan perché mi interessa la lentezza del processo. Oggi viviamo immersi nei dati, siamo perennemente connessi, esposti ad un flusso continuo e costante di informazioni. La fotografia per me è anche un modo per fermarsi a riflettere. Negli ultimi anni ho iniziato a utilizzare montaggi, sovrapposizioni, strappi e collage. Mi interessa interrogare il rapporto tra realtà e rappresentazione perché la fotografia contiene un paradosso: viene percepita come una prova oggettiva, ma in verità è sempre una selezione della realtà che dipende dalla scelta del singolo fotografo.
In Groenlandia, ad esempio, ho visto ghiacciai ridotti a una frazione di ciò che erano solo dieci anni prima. In alcune immagini li ho raddoppiati, per raccontare la memoria della perdita. Ho cominciato da subito a usare il digitale, già dal 1999 quando è nato il progetto ‘Ritrovi’, un lavoro su Roma. Qui i luoghi e le situazioni non rappresentano ciò che è stato realmente davanti all’obiettivo. Non esistono perché sono costruzioni della memoria. Eppure appaiono visivamente come in una fotografia e continuano ad avere un valore documentario, perché raccontano qualcosa di essenziale: il modo in cui ricordiamo, dimentichiamo e trasformiamo il passato.
Tra vita vissuta in viaggio, documentata in immagini che diventano storie e reportage. E ricerca personale sulla relazione che intercorre tra fotografia e realtà, tra apparenza e verità, Patrizia Bonanzinga trova una sintesi che, nel suo caso, è anche punto di realizzazione piena. L’approdo non banale di una mente analitico-matematica che non può restare indifferente alla fascinazione per il cambiamento e la scoperta.
Lavinia Coppola De Nicolo

Dottore commercialista e revisore contabile, lascia Napoli e la professione per seguire il marito funzionario diplomatico in giro per il mondo. Mamma di due ragazze, appassionata di sport (equitazione in particolare), di musica, di cinema, di arti figurative e accanita lettrice, ha ricoperto dal 2017 al 2022 la carica di Tesoriere e dal 2022 al 2025 è stata Presidente ACDMAE.







