La “crociata” di Irene per le donne. Senza di loro ne’ pace ne’ sicurezza

La incontriamo di sfuggita, in una delle rare pause che l’agenda di una funzionaria internazionale che fa la spola tra Roma e Bruxelles, attivista e mamma (di due gemelle ancora piccole) può, miracolosamente, lasciarle. Avvicinare Irene Fellin, la prima italiana a ricoprire l’incarico di Rappresentante Speciale del Segretario Generale della NATO per “Women, Peace and Security” (WPS) è stata un’impresa. E non poteva esser diversamente!

Gli ultimi sei mesi di vita le sono scivolati letteralmente tra le dita: tra la sorpresa di una nomina che l’ha precipitosamente proiettata sulla scena politica e mediatica internazionale, le telefonate continue intervallate da interminabili riunioni. Sempre cercando di trovare la quadra “magica” per conciliare i nuovi impegni con quelli della famiglia che, per ovvie ragioni (la scuola e il lavoro del marito), non si è potuta prontamente trasferire a Bruxelles.

Irene Fellin – bolzanina, classe 1976, una fulgida carriera internazionale sulle spalle – ha dovuto fare appello a quelle “spiccate capacità organizzative” e alla “buona propensione al lavoro”, qualità che non le fanno certo difetto fra le tante che emergono dal suo lungo curriculum ufficiale, per venirne a capo. Ma non senza sacrifici. Infatti, ammette, “non ho avuto ancora modo e tempo di salutare amici e colleghi (n.d.r. il trasloco a Bruxelles è imminente!) e la mia vita sociale, fuori da impegni famigliari e lavorativi, è praticamente inesistente: a Bruxelles lavoro senza sosta e quando riesco a tornare a Roma vengo risucchiata totalmente dalla famiglia. Quando sono qui, poi, lavoro anche da casa, in smartworking, che è pure peggio!”

Non fatichiamo a crederle. Appena un mese dopo il suo insediamento al quartier generale Nato di Bruxelles, in veste di Rappresentante Speciale di Jens Stoltenberg, Putin ha dato il via alle sue “operazioni militari speciali” in Ucraina. E’ iniziato così il suo primo, difficilissimo, stress test professionale: un banco di prova per lei, per le sue convinzioni e, in ultima analisi, per la nota Risoluzione n. 1325 del Consiglio di Sicurezza delle NU su “Donne, Pace e Sicurezza” che dovrebbe favorire la prospettiva di genere nelle situazioni di conflitto e nei processi di peacebuilding e peacekeeping. Una risoluzione adottata nel 2000 col plauso di tutti… Ma ancora così difficile da applicare a qualsiasi latitudine, nei contesti di crisi, “ma non solo in quelli – precisa prontamente Fellin – perché l’Agenda internazionale Donne, Pace e Sicurezza, pietra miliare delle politiche del 21mo secolo, riguarda tutti noi in egual misura e, ovviamente, tutti i paesi dell’Alleanza impegnati ad adottarla”.

L’attualità, tuttavia, ci restituisce quotidianamente un’altra fotografia: i tentativi di avviare colloqui di pace tra Kyiv e Mosca, di aprire un negoziato o arrivare almeno a un “cessate il fuoco”, si sono finora distinti per la totale assenza della componente femminile. Calato il sipario sull’epoca Merkel, sembra quasi che per un’altra leadership femminile, forte e riconosciuta, gli spazi scarseggino.

E’ proprio così?

La narrativa dell’assenza totale di donne in prima linea per la pace in Ucraina non corrisponde totalmente a realtà. L’elemento femminile manca forse a livello di dialoghi ufficiali, ma ci sono donne impegnate sul fronte dei negoziati a livello più informale. Iryna Vereshchuk, vicepremier, ministra per la reintegrazione dei territori ucraini occupati e responsabile per gli sfollati, sta negoziando lo scambio di prigionieri, operazioni durante le quali è sempre richiesta la presenza di donne. Ci sono altre mediazioni in corso che le vedono presenti: le donne sono le sole che hanno potuto lasciare il paese, dove ora vige la legge marziale. Infatti, le delegazioni di parlamentari e ministre ucraine hanno partecipato a vari incontri in Europa, per negoziare tanto gli aiuti quanto l’invio di armi difensive. Cosa che è avvenuta e avviene tuttora, lontano dai riflettori. Ricordo volentieri che Emine Dzhaparova, in un recente incontro a porte chiuse a Roma, ha definito le sue connazionali “guerriere” che stanno svolgendo un ruolo cruciale a livello politico e sociale. Eppure non sentiamo la loro voce nelle stanze del potere, sui tavoli che contano. E’ la storia che si ripete, vuoi per consuetudine, vuoi per volontà politica di tenerle ai margini. E’ questa “storia” che dobbiamo cambiare: la risoluzione 1325 ha fatto un importante percorso di crescita ma drammi come quello dell’Afghanistan e dell’Ucraina, oggi, ci ricordano che moltissimo resta da fare per garantire che le donne non siano esposte a violenze e ad altri fattori di rischio nelle aree di crisi, e siano realmente incluse nei processi decisionali.

Fellin cita il recente incontro con Dzhaparova su “Gender & Security”, un evento per sostenere le donne ucraine in lotta per la loro libertà, organizzato in collaborazione con l’Ambasciata americana a Roma da WIIS Italy, la costola italiana del network globale Women In International Security, uno dei tanti progetti da lei tenacemente voluti e lanciati con successo. Dopo averla guidata per sei anni, oggi WIIS Italy è una realtà istituzionale consolidata che collabora con ministeri, ambasciate e organizzazioni internazionali per promuovere la leadership femminile e lo sviluppo professionale delle donne nel campo della diplomazia e della sicurezza internazionale. Una battaglia che Fellin ha portato avanti anche negli ultimi cinque anni, creando e coordinando il Mediterranean Women Mediators Network, la rete delle mediatrici del Mediterraneo promossa dalla Farnesina.

E il prossimo obiettivo?

Tra i miei compiti principali c’è anzitutto quello di garantire l’attuazione del piano d’azione 2021- 2025 dedicato a WPS, adottato dai ministri della difesa Nato lo scorso ottobre, che punta a chiudere il divario di potere e a rafforzare una prospettiva di genere nelle nostre operazioni: che si tratti di formazione, training, missioni militari, politiche o operazioni speciali. In sintesi, dovrò contribuire ad integrare le prospettive di genere, in sintonia con i nuovi impegni assunti dai paesi Nato, in tutto quello che facciamo. Sono anche responsabile dell’unità per la sicurezza umana (Human Security Unit) della Nato che si occupa più in generale di problemi come la tratta di esseri umani, la violenza sessuale nei conflitti e la protezione dei civili, dei bambini e del patrimonio culturale nei teatri di guerra e nei diversi contesti in cui  siamo presenti con missioni, operazioni o attività a guida Nato. Il tema della sicurezza umana peraltro è sempre più importante per l’Alleanza. Non a caso, in vista del vertice Nato di Madrid di fine giugno, sto lavorando con gli alleati per definire un approccio Nato alla sicurezza umana e fare in modo che questo nuovo approccio, più inclusivo, sia pienamente integrato nelle nostre tre core tasks. Ecco, guardando avanti, l’obiettivo che mi sono posta è proprio quello di contribuire a definire un nuovo concetto strategico Nato che sia solidamente ancorato tanto all’Agenda WPS tanto all’Agenda Human Security. E da questo punto di vista, la guerra che sta devastando l’Ucraina è emblematica perché dimostra, ancora una volta come il contributo delle donne, anche quando restano nell’ombra, sia fondamentale. Sono convinta che bisognerà ripartire da questo dato di fatto per ricordare, sempre e ovunque, che per costruire una pace duratura e un mondo più sicuro servono le donne.

Stupri come arma di guerra, abusi di ogni tipo e misoginia (in Russia, la violenza domestica è addirittura depenalizzata). Accade alle porte dell’Europa ma non solo. Non ti viene mai il dubbio che la n.1325 sia destinata a restare solo un buon auspicio?

Questa crisi sta avendo conseguenze catastrofiche sotto tutti i profili ma quello che resta sotto gli occhi di tutti è anche il ruolo inestimabile delle donne nel guidare e sostenere la resistenza ucraina, imbracciando le armi, portando in salvo le famiglie, rischiando la vita mentre cercano rifugio o generi di prima necessità. Queste donne hanno coraggio oltre ad ogni immaginazione. Sono queste donne a motivarmi quotidianamente in quello che faccio. Anche nelle istituzioni internazionali come Nazioni Unite, Nato e Osce si è rafforzata la coscienza della dimensione femminile dei conflitti: monitorare come la crisi umanitaria sta colpendo più duramente le donne, far sentire la loro voce e valorizzare il ruolo delle leader della società civile e politica ucraina nei futuri processi di pace dovrà essere un imperativo strategico. No, decisamente, non è questo il momento dei dubbi e dei ripensamenti sulla 1325!

Sarà il tempo (speriamo il più breve possibile) a confermare che Irene ha fatto bene a guardare lontano, mettersi in gioco e gettare il cuore oltre l’ostacolo. Noi possiamo solo continuare a seguirla nel suo percorso, sostenendola – come Acdmae – in tutte le battaglie che affronterà. Con una certezza: che se, come dicevano gli antichi, nomen omen allora lei è senz’altro la donna giusta, al posto giusto, nel momento giusto.

Redazione

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