La Risoluzione 1325 compie 25 anni. Quale bilancio?

di Anna Orlandi Contucci Iannuzzi

A venticinque anni dalla Risoluzione 1325, l’Agenda Donne, Pace e Sicurezza torna al centro del confronto internazionale con una domanda che non può più essere elusa: quanto incidono davvero, oggi, i principi approvati dalle Nazioni Unite sulla realtà dei conflitti contemporanei? È il nodo evidenziato con chiarezza il 21 giugno scorso a La Sapienza di Roma, durante la presentazione del volume The United Nations ‘Women, Peace andSecurity’ Agenda 25 Years after Resolution 1325, davanti a una platea di studenti, studiosi e addetti ai lavori. Il dibattito ha rimesso al centro l’attualità di un quadro normativo che, negli anni, si è ampliato attraverso successive risoluzioni, ma che continua a misurarsi con il difficile passaggio dalle dichiarazioni di principio all’attuazione concreta.

Adottata nel 2000, la Risoluzione 1325 ha rappresentato una svolta storica. Per la prima volta il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha riconosciuto il ruolo delle donne nella prevenzione dei conflitti, ha rafforzato la tutela dei loro diritti nei contesti di guerra e ha affermato con chiarezza la necessità della loro partecipazione ai negoziati e ai processi di pace.

Un quarto di secolo dopo, però, il punto non è più definire i principi, ma trasformarli in politiche efficaci. È su questo terreno che si misura la tenuta dell’Agenda WPS, in una fase internazionale segnata da oltre 60 conflitti armati, con un impatto sempre più pesante su donne e bambini.

Proprio per questo l’Agenda Donne, Pace e Sicurezza appare oggi ancora più necessaria, di quanto non fosse nel 2000. Eppure, alla sua crescente rilevanza non corrisponde un’attuazione altrettanto solida. A rendere il quadro ancora più critico contribuisce anche la crisi climatica, che nei teatri di guerra aggrava le vulnerabilità già estreme. Dopo la 1325, il Consiglio di Sicurezza ha adottato altre dieci risoluzioni per rafforzarne l’impianto, ma il bilancio resta insufficiente. Secondo il rapporto 2024 del Segretario generale ONU, Antonio Guterres, su Donne, Pace e Sicurezza, circa 676 milioni di donne e ragazze vivono a ridosso di un conflitto armato letale. Inoltre, la violenza sessuale come arma di guerra è aumentata del 50% su base annua mentre la presenza femminile nei processi di mediazione continua a restare marginale: le donne rappresentano solo il 7% dei negoziatori e il 14% dei mediatori a livello globale.  Dati alla mano, insomma, emerge in tutta evidenza che urge passare dalle parole ai fatti rendendo i principi più volte riaffermati a partire dalla 1325, operativi e verificabili.

È in questo scenario che si inserisce il volume The United Nations ‘Women, Peace and Security’ Agenda 25 Years after Resolution 1325”, studio che include i contributi di numerosi esperti in materia, tra funzionari e docenti universitari, curato da Raffaele Cardin, Luisa Del Turco e Valentina Zambrano. E con un sottotitolo – A utopia that can still change the world — che riassume bene la questione di fondo: quanto è ancora in grado, oggi, l’Agenda WPS di incidere realmente sugli equilibri internazionali? Dai contributi raccolti emerge evidentemente una realtà: la prospettiva di genere non è un elemento accessorio, ma una chiave essenziale per leggere i conflitti e costruire percorsi di pace più stabili, inclusivi e duraturi.

In questo quadro, il caso italiano viene presentato nel volume come un esempio significativo di attuazione dell’Agenda WPS. Dal 2010, infatti, l’Italia si è dotata di Piani d’Azione Nazionali per l’attuazione della 1325 ottenendo qualche risultato, ma anche incontrando difficoltà nel tradurre gli impegni internazionali in politiche pienamente coordinate ed efficaci.

Tra i passaggi più rilevanti viene richiamato il III° Piano, che ha previsto la definizione di risorse dedicate alle organizzazioni della società civile impegnate sul campo e nelle aree di crisi, con particolare attenzione alla protezione delle donne nei teatri di guerra. In questa traiettoria si colloca anche il quinto Piano d’Azione Nazionale italiano, pubblicato il 6 agosto 2025 per il periodo 2025-2029 che introduce anche elementi nuovi: un monitoraggio più strutturato, una maggiore attenzione all’intersezionalità e il rafforzamento della cooperazione tra istituzioni, università e società civile. E qui che la mediazione inclusiva viene più decisamente indicata come una delle vie più efficaci per tradurne i principi in pratica. La ricerca accademica mostra infatti che i processi di mediazione, quando coinvolgono le donne, producono accordi più solidi e più legittimati dalle comunità coinvolte, anche perché le mediatrici offrono reti di fiducia, capacità di ascolto e prospettive spesso escluse dai tavoli negoziali tradizionali. Un fronte, quest’ultimo, sul quale l’Italia negli anni ha visto rafforzare il proprio impegno. Nel 2017 ha promosso la nascita del “Mediterranean Women Mediators Network”, iniziativa sostenuta dal Ministero degli Affari Esteri per aumentare la presenza femminile nei processi di mediazione nell’area mediterranea e collegarla alle principali reti regionali e internazionali di donne mediatrici. Più recentemente questa realtà si è intrecciata con quella di RIMI, la Rete Italiana per la Mediazione Internazionale, lanciata l’anno scorso per dare maggiore coerenza istituzionale alle competenze italiane in campo di mediazione con l’apertura di canali di dialogo tra mondo diplomatico, accademico e società civile. Donne e giovani, in questa nuova prospettiva, diventano peraltro il punto di incontro tra due agende Onu sempre più connesse: quella su Donne, Pace e Sicurezza e quella su Giovani, Pace e Sicurezza, avviata con la Risoluzione 2250 del 2015. Le giovani donne, in particolare, sono il vero trait-d’union: attori cruciali tanto nella prevenzione dei conflitti, quanto nella mediazione e nella ricostruzione post-bellica e, non a caso, l’Italia ha sostenuto negli ultimi anni iniziative che valorizzano proprio questo nesso, anche attraverso incontri con partner internazionali come l’Unione Africana e l’OSCE.

Tra luci e ombre sull’attuazione concreta della 1325 il Volume evidenzia in tuta evidenza che l’Italia, oggi, ha tutte le carte in regola per giocare un ruolo nella mediazione internazionale inclusiva: una tradizione diplomatica consolidata, un forte esposizione multilaterale e una rete qualificata di organizzazioni della società civile e istituzioni accademiche con cui il Ministero degli Affari Esteri collabora stabilmente.

La sfida, ora, è trasformare questo patrimonio in una capacità politica più strutturata, capace di incidere davvero nei processi di pace e di dare concretezza, anche sul piano internazionale, agli obiettivi dell’Agenda Donne, Pace e Sicurezza.

Anna Orlandi Contucci Iannuzzi

Dopo la Laurea in Economia e Commercio alla Luiss di Roma, ha lavorato per dieci anni in una società finanziaria. Si specializza successivamente in tutela dei diritti dei minori mettendo in pratica le proprie competenze presso l’Area Diritti dei bambini del Comitato italiano per l’Unicef. Ha anche collaborato con il desk “Ascolto” del Centro Sociale Vincenziano Onlus a sostegno delle persone in difficoltà, e lavorato fino l’anno scorso alla sede romana dell’Ufficio del Grande Ospedaliere del Sovrano Ordine di Malta. Dopo la missione del marito, Ambasciatore a Montevideo, è rientrata a Roma e ora è consigliera ACDMAE.

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