Diario tragicomico, Vol. II: Il volo dei trentacinque e il rientro (post?) pandemico a Pechino

Prologo: la ri-partenza

Appartengo a quella categoria di persone che, ripetutamente, controllano che gas e luce siano spenti, che le persiane siano sprangate, che i rubinetti siano ben stretti e che la sacca dei documenti sia in ordine.

La verifica serrata e maniacale può raggiungere l’infinito e avviene puntualmente alla vigilia di un viaggio. E poco importa che esso sia corto o di lunga durata, in macchina o in aereo, l’ossessione compulsiva non fa distinzioni.

Quell’ispezione assillante e ritmica, scandita dal suono metallico e zigrinato della zip dello zaino fucsia, raggiunse la vetta l’11 giugno e il documento da proteggere era più prezioso del Koh-i-Noor. Si trattava del risultato del test acido nucleico Covid-19, più volgarmente conosciuto come test per il coronavirus.

Il governo cinese e le autorità di Pechino lo esigono e lo pretendono oltretutto con un’anzianità di settantadue ore. Tre giorni, solamente tre giorni di tempo prima del volo di rientro che, dopo ben cinque mesi, mi riporterà a casa.

Non mi soffermerò sulle acrobazie e sulle suppliche fatte per riuscire non solo a poter fare il tampone ma anche e soprattutto ad ottenere l’esito in tempo quasi reale. E non elencherò neanche tutti i tentativi di ritorno, le manovre e le prenotazioni tentate con le più disparate compagnie aeree, sempre cercando di evitare scali troppo corti che certamente, con le nuove norme degli aeroporti, mi avrebbero fatto perdere le coincidenze per Pechino. Quello che davvero conta è finalmente nelle mie mani e attesta una negatività a una virosi che ha scioccato l’intero globo. Sul volo di rientro una mano santa ce l’ha messa l’Ambasciata che in poco tempo ha organizzato il rientro di alcuni connazionali. Sarà il primo di una serie di voli studiati con questo intento perché, ad ora, sembra essere l’unico modo per riuscire a rientrare. E l’hanno chiamato “il volo dei 35”.

Dentro ci sono anche io. Quell’impacciato pesce pilota scappato dalla Cina a gennaio e arrivato nella marca maceratese dopo più di dodici ore di estenuanti giri e perdimenti sulla Roma-L’Aquila e oltre.

Di certo il charter della Neos Air impiegherà meno tempo, le rotte celesti saranno indubbiamente più chiare dell’inesistente segnaletica da Assergi a Pescara.

Ore 11:00, 11 giugno 2020

Fiumicino appare sin dai parcheggi completamente spettrale. E la mia intenzione di fare incetta all’ultimo minuto di qualsiasi prodotto abbia marchio italico si vanifica sin da subito. È tutto chiuso, dai bar alle librerie. E non è neanche tutto illuminato, alcune parti sono in ombra compresi molti sportelli per il check-in. Io e i miei due capitani di ventura siamo i primi ad arrivare: proprio perché non si sa mai cosa possa accadere in strada – chi più di me può dirlo ! – e non potendo certo rischiare di perdere il volo, ho scelto di arrivare con sei ore di anticipo. Sì, sei ore, sei lunghe interminabili ore che passeranno discorrendo di un argomento poco battuto in questi ultimi tempi… il coronavirus. Perché diciamolo, siamo oramai diventati tutti un po’ virologi e infettivologi e l’erudizione di chi, come me, vive nel Paese in cui tutto è nato, è ai massimi. Ma c’è qualcos’altro di cui parlare, una notizia fresca di ore e calda di mail: la comunicazione sul nostro atterraggio che non sarà più a Pechino (preservare la Capitale è quasi una “missione speciale” per i cinesi) ma a Tianjin. Per chi non lo sapesse Tianjin, che letteralmente traduce ”guado fluviale celeste”, è una delle quattro municipalità della Repubblica Popolare Cinese controllata dal governo centrale. Un’amena cittadina, un puntino sulla carta di Cina con appena quindici milioni di anime ad un centinaio di chilometri a sud di Pechino, famosa per aver dato dimora negli ultimi anni di vita al reietto Signore dei Diecimila anni, Pu-yi, il fantoccio d’oro dei Qing, l’ultimo imperatore fantasticamente dipinto da Bertolucci.

Partiremo con parecchio ritardo, le operazioni di sanificazione a bordo richiedono più tempo del previsto e una volta salita ho l’ulteriore conferma di come tutto sia irrimediabilmente cambiato. I sedili sono coperti da teli bianchi a mo’ di corpi velati, il personale semi-bardato e su ogni sedile un box di cartone con degli snack sigillati. Non passerà il carrello delle bevande né quello delle vivande e per tutta la durata del volo nessuno parlerà.

Un silenzio corale. Una gioia trattenuta. Una stanchezza che logora. E un senso di precarietà. Sguardi persi, occhi socchiusi e sorrisi appena accennati. In sottofondo il pianto di un bambino e di nuovo il su e giù della zip dello zaino fucsia. Eh sì, perché la mania del controllo non si fermerà certo in volo, continuerà interrotta da un: “E basta mamma! Adesso basta!”. Obbedisco a un bambino di dodici anni. Stringo un po’ le palpebre e imprigiono campi di ginestre, gabbiani in volo e gli occhi di mio padre. E dentro un po’ di pace.

Ore 9:00, 12 giugno 2020

Atterraggio. Perfetto. Lineare. Il capitano ringrazia e invita a rimanere seduti. Tutti fermi.

Dovrei muovermi però, controllare che tutto sia in ordine e soprattutto cercare l’antidolorifico per la cervicale che si sta trasformando in semiparesi, ma una minaccia arriva dal sedile di sinistra: lo sguardo grifagno di mio figlio scruta prima me e poi il mio zaino e sussurra a mezza bocca: “Non ci provare”!

Il monito mi mortifica. Faccio capolino e dall’oblò vedo tutto e, innocente come Ciáula quando scopre la Luna, resto meravigliata davanti a sagome candide e aliene. Siamo sbarcati sul nostro satellite. Delirio. Un altro delirio. Una nuova visione. Nessuna Luna. Nessun extraterrestre a salvarmi e portarmi via. Fuori, schierata, c’è la squadra di accoglienza. Sono tanti. Salgono. A stereotiparli guanti, visiere e gambali. E tute bianche. Tutte bianche. Ci danno il benvenuto e se lo sono scritto anche sulla tuta “Benvenuti alla Cina”. Misurazione della temperatura con termometri scanner ad infrarossi di ultima generazione. Operazione che dura venticinque minuti. Lo so con esattezza perché ho il potere di memorizzare tutto. E fotografo tutto. Rischiandomela. Scendiamo. Veniamo incanalati ordinatamente e scortati dagli operatori cinesi anticovid che più volte si scusano e ci ringraziano per la pazienza.

L’aeroporto di Tianjin è vuoto tanto da sembrare dismesso. Veniamo condotti alla prima base formata da isole per il controllo sanitario. Mi siedo. Controllo documenti. Il selenita che m’interroga appare timido e goffo e con un inglese stentato mi chiede se sono stanca. Stanca? E perché mai dovrei esserlo? Sono partita trentasei ore fa, non dormo da due giorni per l’ansia e respiro da troppo tempo con una mascherina così sofisticata da sembrare un tubo catodico del 1956…Stanca? Che razza di domande! Mi regala poi buste con acqua, igienizzanti, mascherine e termometri (adesso possiedo più termometri della Farmacia Spadazzi di Ponte Milvio).

E ancora moduli con domande precise tra le quali i miei recenti movimenti e i miei eventuali contatti con persone sintomatiche. In caso di false dichiarazioni la pena prevista è di tre anni di carcere. E direi che la galera asiatica possiamo anche risparmiarcela! Ma la più interessante è la domanda numero otto: ”Hai mangiato o sei entrato in contatto recentemente con animali servatici”? SERVATICI. Un errore certo di trascrizione ma rapido sale in petto un commosso entusiasmo nazional capitolino: “Semo tutti romani!” e, sicuramente, il traduttore ha bazzicato Trastevere e non solo.

Ore 12:00, 12 giugno 2020

             Dopo circa quarantacinque minuti passiamo in seconda base con ambulatori separati per il secondo tampone da tutti temuto ma non da me. Qualche conato, un veloce strabuzzamento oculare e via. Secondo controllo documenti e relativo riconoscimento facciale. Completato. Arrivo in terza base. Distribuzione volantini informativi: superato anche questo. Ora resta solo il ritiro bagagli. Corriamo ragazzi, andiamo, la mamma è prima. Vinco qualcosa, me lo sento! Lo zaino fucsia ora non devo più controllarlo, chi se ne infischia dei documenti e dei referti della Asl, la missione è quasi completata, ce l’ho quasi fatta. Ingarellata mi giro per vedere la posizione degli altri ma qualcosa non va, c’è una squadra di cinque “intutati” che mi segue a passo sostenuto. I bambini possono rimanere dove sono, qualcuno li controllerà, io devo seguirli, mi prendono sottobraccio e mi riportano indietro. “C’è un problema”, mi dicono. “Ci segua”, aggiungono perentoriamente. E mentre i miei compagni di viaggio mi guardano sfilare increduli e preoccupati mi chiedo come e perché, e se tutto questo mai finirà. Le foto, hanno sgamato il mio report fotografico clandestino, lo sapevo, che pivella! C’è un problema col tampone… Positivo? Ferma. Calma. Ragiona. Non è possibile, non ci siamo con i tempi. La narice nella quale hanno inserito la cannula non ha secreto muco ed è tutto da ripetere. E vai di nuovo col tampone allora e ancora strabuzzamento, conatus e lacrimazione ma niente mi tocca più oramai perché tanto si sa, quello che non uccide fortifica. Torno indietro. I miei ragazzi mi aspettano in dovizioso silenzio. Ora sono ultima. Fuori l’aria e una vita diversa ad aspettarmi. Il pullman che ci porterà in albergo in attesa del risultato del test aspetta solo me. Varco la porta della stanza. Altri igienizzanti e termometri in dotazione, e un pasto sigillato con riso e verdure. Al lato, un volantino “Tenersi in forma aiuta l’immunità“. Chissà se tutte le peripezie, gli spostamenti e le fatiche affrontate fino a qua valgono come “tenersi in forma“, dovrei proprio chiederlo a qualcuno ma ho bisogno di un traduttore. Chiamatemi lui, l’interprete di Trastevere per favore!

Epilogo: La Sposa Ritorna

In quei cinque mesi d’Italia non mi sono fatta mancare niente: dalla quarantena autoimposta al lockdown e in mezzo ci ho sistemato un trasloco e un incidente semiserio in macchina. La mia quarantena pechinese è durata diciassette giorni che hanno visto sfilare di tutto: miti greci, allagamenti, fughe e invasioni. E ho ancora il coraggio di piangerci e riderci sopra ma questa è un’altra storia.

FdM

6 Commenti
  1. Un racconto che si legge col fiato sospeso pensando se e quando i nostri eroi giungeranno alla meta…
    Brava! Abbiamo vissuto questa avventura con te!

  2. E io sono felicissima di poter ospitare le tue avventure su queste pagine. Un avvertimento bonario: non c’è (Vol.) 2 senza (Vol.) 3! 😜

  3. Oltre alla storia avvincente come un romanzo, che bella scrittura hai! Piena di riferimenti letterari (“Ciaula e la luna”), di parole sorprendenti (“i seleniti”!) tanto che la tua storia dopo una prima lettura per la trama, ne merita un’altra per assaporarne a pieno lo stile. Grazie FdM!!!

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