Diario di un trasloco

di Arianna Cito Petrangeli

Ci risiamo… la nostra casa, i nostri anni, i nostri giorni, le nostre ore, i nostri piccoli malanni, i nostri dolori, le nostre gioie, le nostre favole la sera, i nostri abbracci, le nostre notti insonni, ancora una volta inscatolati in questi cartoni beige anonimi.

Ho sempre pensato, in tutti gli innumerevoli traslochi fatti nella mia vita, prima da figlia poi da moglie e mamma, che le scatole fatte per contenere la vita delle persone dovrebbero essere multicolori, piene di disegni: come si può pensare di rinchiudere il vissuto di una persona, di una famiglia, gli anni con tutti i racconti e le storie che si portano dietro in uno scatolone così squallido?

Gli oggetti della nostra casa sono vivi, hanno un’anima e, ognuno di loro, una storia da raccontare, come Chantilly, il primo peluche di mio figlio Giacomo, le magliette di Alberto, mio marito, e le mie, con cui Cecilia dorme abbracciata da anni. Come l’acchiappasogni di Martina, appeso alla finestra sopra il suo letto, le centinaia di calamite sul frigorifero provenienti da ogni angolo del mondo cui i bimbi sono tanto affezionati, le nostre foto sorridenti sul pianoforte, Osvaldo, il bradipo che abbiamo regalato ad Alberto perché non si sentisse troppo solo a Kabul…

Molti amici, specie quelli che non fanno la nostra stessa vita, mi chiedono perché io mi ostini a portare sempre tutto con noi, invece di affittare case già ammobiliate. Io cerco di spiegar loro che quel groviglio di piccole cose sono le mie certezze quotidiane, ciò che la sera, una volta chiusa la porta, vedendole, mi fa sentire a casa, in Italia o ‘altrov’è’. Mi ritrovo allora a raccomandarmi con i ragazzi che imballano i nostri ricordi con tanto distacco, di prestare particolare cura ai cagnolini e agli orsi di Giacomo e di fare qualche buco nella scatola per farli respirare o magari ancora di lasciare una torcia accesa per le fatine di lana che non amano essere rinchiuse al buio e forse di mettere un po’ di frutta secca nella scatola delle farfalle. Loro mi guardano un po’ sbigottiti all’inizio, ma poi quasi sempre si inteneriscono. Capiscono il nostro stato d’animo, si calano nella parte e tutto diventa un po’ più leggero.

Lasciamo questo posto, con il cuore un po’ pesante ma consci, ora più che mai, che “casa” è dove possiamo ritrovarci, ancora una volta, tutti insieme. E partiamo quindi per Tirana, abbandonando dietro la malinconia per quello che è stato, con lo sguardo rivolto al futuro, pronti per scrivere un nuovo, incredibile capitolo della nostra vita.

Arianna Cito Petrangeli

“Trailing spouse” convinta e osservatrice dell’altro per passione, ha vissuto finora in tre diversi continenti oltre che, di passaggio, nella Città Eterna, circostanza che le ha consentito di sviluppare uno sguardo particolare sul mondo e sulle sue contorsioni, anche grazie agli studi di lingue e logopedia. Mamma di due bimbe e di due cani.

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