“Senza le donne nessuna ricostruzione”. Parola di Elena Di Giovanni

di Nicoletta Pollice Beltrame

L’Italia non ha ancora riacceso del tutto i motori. Risalire la china e riprendere a crescere dopo l’emergenza sanitaria non sarà facile, dicono, e bisognerà rimboccarsi le maniche per ricostruire con coraggio il Paese. In teoria, tutti sono chiamati a far la loro parte.

E allora ci sembra utile, oggi più che mai, un’iniezione di fiducia per rialzarci in piedi, data da una donna che, come tantissime altre, anche nelle fasi più drammatiche della pandemia, non si è mai fermata: Elena Di Giovanni, co-fondatrice e vicepresidente del gruppo di comunicazione corporate e consulenza strategica, Comin & Partners.

Consorte di un diplomatico in carriera, già segretario generale della Farnesina, Elena ha fatto del mondo la sua palestra per specializzarsi in comunicazione d’impresa e relazioni con i Media. Tre anni in veste di capo ufficio stampa per Mondadori Editore, altrettanti come Direttore della Comunicazione e delle Relazioni Esterne della Fondazione La Biennale di Venezia, ruolo ricoperto anche per Almaviva e, nel 2015, per Expo 2015. Elena (oggi anche membro del Board della Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma) senza ombra di dubbio ce l’ha fatta: è la testimonianza di come un “male” apparente (una vita in movimento, a fianco di un marito ingombrante) può diventare un “bene” concreto, ovvero un asset per raggiungere posizioni di prestigio. Chi meglio di lei potrebbe aiutarci a vedere la luce alla fine del tunnel?

L’abbiamo raggiunta a Roma, in piena quarantena, per proporle un incontro “straordinario” (visti i tempi, lo è stato per davvero!) via Whatsapp. Eravamo convinte che ci avrebbe aiutato a vedere gli scenari attuali sotto un’altra luce. E non ci sbagliavamo! Elena, infatti, non sa cosa significhi l’espressione “abbassare la guardia”. Esattamente come l’infermiera di Cremona, l’immagine simbolo della lotta al Covid-19, stremata, china sulla tastiera del computer, e come le mamme, i medici, le imprenditrici, le commesse e tutte le altre donne che abbiamo visto al quotidiano, in questi mesi, destreggiarsi tra computer, bambini, cucina, corsie degli ospedali e dei supermercati.

La pandemia globale ha visto in prima linea donne come Merkel, Von Leyer e Lagarde, solo per citarne alcune. In Italia, invece, sembra che la leadership possa esser solo maschile. Questa crisi potrà darci maggiore consapevolezza del nostro valore? Ti sembra giusto affrontare la questione della ripresa anche secondo un’ottica di genere?

Purtroppo temo che la mancanza di una vera presenza femminile tra i protagonisti della crisi, come per la task force governativa guidata da Vittorio Colao e composta all’80% da uomini, sia un’ulteriore conferma di una realtà ben nota nel nostro Paese. Ma sono altrettanto convinta che proprio noi donne possiamo e dobbiamo essere il motore del cambiamento, ripartendo da quelle attività che per prime sono state sospese con l’obiettivo di fronteggiare la crisi. Penso alla cultura, alla scuola e all’università, paradossalmente i settori in cui più forte è il rischio di assembramento e contagio, ma anche quelli da cui iniziare a lavorare per la ripartenza e la ricostruzione.

Anche dal punto di vista aziendale, quindi economico, da anni la ricerca sostiene che la leadership femminile è spesso migliore di quella maschile, per visione e strategia, e la gestione dell’emergenza da parte di leader femminili di tutto il mondo, come ad esempio Angela Merkel in Germania, Jacinda Ardern in Nuova Zelanda o Tsai Ing-wen a Taiwan, ne è una conferma. Saremo più forti se riusciremo ad uscire da questa crisi imparando a rispettare di più non solo il pianeta ma anche le donne, il loro senso di solidarietà e il loro approccio diplomatico. Se riusciremo a riflettere sull’importanza del loro ruolo nei posti di responsabilità perché è dalle donne che deve partire il processo di ricostruzione.

 Con quest’emergenza l’Italia ha anche conosciuto meglio storie come quella della virologa Ilaria Capua che oggi dirige un Importante istituto in Florida. Lei è senz’altro l’emblema di quanto siano cruciali le pari opportunità. Credi importante far conoscere storie come questa?

“Far conoscere storie come quella di Ilaria Capua – che durante l’emergenza ha svolto un ruolo fondamentale – è molto importante. Da un lato per sensibilizzare opinione pubblica, imprese e istituzioni sull’importanza delle pari opportunità, dall’altro per offrire un esempio per migliaia di ragazze. Basti pensare che ancora oggi, determinati settori del sapere scientifico, ad esempio quello dell’ICT, sono considerati più adatti agli uomini”.

 Nel tuo percorso di donna e di professionista sono state cruciali anche città come Venezia, Berlino e Roma, dove hai vissuto e che ti sono tuttora particolarmente care. Che impressione ti ha fatto vederle in quarantena?

“La mia città natale è Catania ed è quella alla quale sono maggiormente legata. Le tre città che hai citato sono luoghi a me carissimi: nelle prime due ho passato degli anni interessanti, lasciandoci il cuore. Roma è la città dove vivo e lavoro, la amo profondamente.

In effetti, durante questa terribile pandemia – che ha colpito il mondo intero – delle tre, Venezia era quella che più rifletteva immagini tanto belle quanto inquietanti.
Il mio periodo veneziano è stato un sogno dal punto di vista sia professionale sia culturale. Mi sono trasferita lì a soli trent’anni con l’incarico di Direttore Comunicazione della Biennale di Venezia, gratificata da un lavoro meraviglioso nei settori che rispecchiano maggiormente le mie passioni: Arte, Cinema, Architettura, Danza, Musica e Teatro.

 Da qualche anno anche “Altrov’e’” è presente alla Mostra del Cinema di Venezia con le sue inviate…Ma come potrà rinascere la Biennale con queste restrizioni?

“La Biennale è un’Istituzione unica al mondo, un diamante per la cultura italiana, che i vari Presidenti che si sono succeduti finora hanno fatto risplendere nelle varie sfaccettature. Adesso, è la volta del Presidente Cicutto, che eredita una Biennale sana sì, ma in una fase estremamente difficile e delicata che investe peraltro tutto il mondo culturale. Limitando la riflessione alle mostre d’arte, per esempio, è evidente che per aver successo, avranno bisogno di artisti, della stampa e  di visitatori italiani e internazionali, e con questa pandemia ancora per qualche mese sarà difficile pianificare viaggi al di fuori dell’’Europa. Ma Roberto Cicutto, ex Ad dell’Istituto Luce di Cinecittà, è uomo dalle mille risorse, di gusto raffinato, amante dell’arte e del teatro, un professionista del mondo del cinema che rappresenta a pieno titolo la cultura italiana. Sono certa che troverà un modo per fare di questa crisi un’opportunità e infatti ha già lanciato una serie di proposte per ripartire invitando tutti i players del settore a riflettere per individuare precise linee d’azione”.

 A Berlino hai vissuto in un edificio storico di grande impatto simbolico: l’arte può essere un ponte tra due nazioni quando i rapporti sembrano complessi?

“A Berlino ho trascorso tre anni molto stimolanti, vivendo nella storica Ambasciata d’Italia al Tiergarten. L’edificio venne progettato dall’architetto Friedrich Hetzelt in un’epoca drammatica, alla vigilia della seconda guerra mondiale, quando i tedeschi volevano, nella loro capitale, una rappresentanza degna per il paese alleato. Un esempio di come, anche in epoche buie, l’arte possa essere mezzo di rappresentazione dell’identità di un Paese. Ancor più oggi, in un contesto fortunatamente ben diverso, architettura e arte sono potenti strumenti di irradiazione di immagini e di valori. La “cultural diplomacy”, che esiste da sempre, favorisce così le relazioni tra Paesi diversi. A questo proposito ricordo, per esempio, che la caratteristica della Biennale d’Arte è sempre stata una forte proiezione internazionale che ha promosso un “pluralismo di voci” nel mondo dell’arte, a volte mettendo a confronto paesi che, tramite canali diplomatici tradizionali, non riuscirebbero a trovare un dialogo e punti in comune”.

A Roma sei una donna molto impegnata e di grande successo. La Comin & Partners che hai contribuito a fondare ha conosciuto una forte espansione. Qual è il vostro segreto? Come state vedendo la ripresa vostro settore?

“Direi che l’ingrediente fondamentale per avere successo sia innanzi tutto fare squadra con le persone giuste, che condividano gli stessi valori con passione e curiosità. Un altro elemento è saper anticipare ed essere ricettivi al cambiamento, soprattutto quando si trattano temi legati alla reputazione, alla comunicazione e ai public affairs. Questo comporta un costante aggiornamento sulle novità e sui trend a livello nazionale e internazionale.

Durante l’emergenza, essendo anche riconosciuti sul mercato per le gestioni delle crisi aziendali, abbiamo reagito tempestivamente: all’interno del gruppo, con meeting sistematici aperti a tutti i collaboratori, all’esterno fornendo un supporto attivo ai clienti e soluzioni innovative di comunicazione, anche attraverso un bollettino quotidiano con i principali fatti a livello istituzionale e mediatico. Sono molto fiduciosa nella ripresa del nostro settore che, a differenza di molti altri, ha subito danni contenuti. Comin & Partners, ad esempio, ha continuato ad acquisire nuovi clienti nonostante la crisi. La comunicazione è il sale del business e credo che da questa crisi nasceranno nuove opportunità, come ad esempio maggiore consapevolezza dell’importanza di operare in modo sostenibile, di digitalizzare processi obsoleti e antieconomici e mettere in moto risorse troppo spesso non sfruttate a pieno regime.

 

Nicoletta Pollice Beltrame

Laureata in Economia e Commercio a Roma ha seguito il marito Stefano in Kuwait, Germania, Iran, Stati Uniti e Cina. Appassionata di viaggi esprime le sue emozioni attraverso la sua grande passione, la fotografia. Già membro del Consiglio ACDMAE, è stata rieletta nel 2019 e si occupa, come delegato aggiunto, di EUFASA oltre a co-dirigere il Gruppo Formazione & Lavoro.

1 Commento
  1. Interessantissima intervista, Nicoletta, grazie! Le esperienze professionali di Elena Di Giovanni sono straordinarie ed altrettanto è stata la sua presenza a fianco del consorte diplomatico, come consorte attiva e creativa.

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