Omar, Storia Migrante

Tavolo Mediterraneo, opera di Pistoletto. Una versione di questa installazione è presente nella Sala Conferenze Internazionali del MAE. Sarà visibile al pubblico nelle prossime giornate “Farnesina Porte Aperte “.
Tavolo Mediterraneo, opera di Pistoletto. Una versione di questa installazione è presente nella Sala Conferenze Internazionali del MAE. Sarà visibile al pubblico nelle prossime giornate “Farnesina Porte Aperte“.

di Silvia La Femina Vignali


Omar, così ti chiamerò scrivendo di te.
Insegnavo italiano ai rifugiati, Omar lo incontrai in classe, arrivava puntualissimo da un centro di accoglienza fuori città. Della sua età, non ne era sicuro neanche lui, avrà avuto trent’anni o poco più. Nel vestire era sempre molto curato. Un giorno mi spinsi a fargli un complimento, ormai eravamo in confidenza; compiaciuto sorrise: «Sai, se non faccio così, sul treno è difficile. Quando vengo a scuola non mi siedo mai, non voglio occupare un posto, il treno è sempre pieno; mi metto in qualche angolo con le mani in tasca, così la gente mi vedrà nero, ma non penserà che sono un ladro».
C’era sempre un gran senso di solitudine nei racconti di Omar, originario dell’Eritrea, scappato in Sudan da ragazzino. Lasciò sua madre senza avvisarla, non aveva né padre né fratelli. In Sudan riuscì ad organizzarsi, iniziò a lavorare in un grande albergo: facchino, uomo delle pulizie, alla reception… Guadagnava abbastanza bene.
Il Sudan cominciò poi a diventare un paese pericoloso per lui, sempre più pericoloso, e decise di andar via. Sapeva che il viaggio per l’Europa attraverso la Libia sarebbe stato molto difficile ma scelse comunque di partire. Pagò dei trafficanti, attraversò il deserto, arrivò a Tripoli.
“Il viaggio in barca è dolce, morire in mare non mi dispiaceva quando pensavo al deserto”. Con queste parole riassunse il Sahara. Cosa sia accaduto tra le sabbie non so, ma a Tripoli è senza soldi, gli hanno rubato tutto. Cerca lavoro per pagarsi il resto del viaggio. Per i libici lui è un clandestino, è un nero. Alcuni datori di lavoro lo retribuiscono a fine giornata, altri no. In città si aggirano bande armate, commettono violenze, furti delle paghe, deve sempre nascondersi; alla fine lo arrestano. Rinchiuso in prigione tenterà la fuga segando le sbarre con un coltello, ma non riuscirà ad andare lontano; fermato nuovamente, sarà detenuto in cinque prigioni diverse. L’ultimo carcere è molto duro, le percosse e le torture sono pratiche quotidiane; a me non le racconterà, vuole proteggere le mie orecchie da quell’orrore.
Infine un amico corrompe una guardia, riescono a fuggire e a imbarcarsi su un gommone. Partono in novantotto, affidando la rotta a una bussola che si rivelerà difettosa. Dopo due giorni di navigazione si ritrovano a largo delle coste libiche: hanno girato in tondo. Nessuno vuole tornare in Libia, hanno paura. A bordo ci sono due ragazzi del Gambia, conoscono le stelle; qualcun altro sa orientarsi con il sole, decidono di tentare nuovamente la traversata. Sembra si stia risolvendo tutto favorevolmente, ma finisce il carburante e sono in mezzo al mare, troppo lontani perché i loro cellulari riescano a mandare un messaggio di aiuto. Provano e riprovano a chiamare, inutile, i telefoni non prendono. Restano tra le onde uno, due, forse tre giorni; alla deriva, senza acqua, capiscono che moriranno. Nella notte un faro, un mercantile finlandese, li vede, li porta a bordo.Li salva. Omar non crede di essere arrivato al termine del suo viaggio, è persuaso che il mercantile li riporterà in Libia. Scorge la costa, una motovedetta si avvicina; a bordo dello scafo finlandese salgono quattro uomini, vestono di bianco, le giacche mostrano dei distintivi, uno di loro dice “Italia”.
«Solo in quel momento – racconterà Omar – ho capito che ce l’avevamo fatta. Ho pianto. Ci siamo salvati tutti e novantotto». Poi aggiungerà: «Questo, il prezzo della libertà».

Silvia La Femina Vignali

Laureata in lingue e letterature straniere, ha seguito un percorso di formazione come insegnante di italiano – lingua straniera presso la Dilit International House, dove ha lavorato per vari anni. Attualmente insegna italiano ai rifugiati, quale attività di volontariato nella scuola della Caritas. 

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