Nella buona e nella cattiva sorte. L’altra faccia del servizio all’estero

di Anna Sanfelice Visconti

Brano tratto dalla storia di Consuelo Cappello Bandini, Beirut 1980 – 1983 (Cap IV, pp 31-35)

Esattamente quarant’anni fa, il 6 giugno 1982, le Forze di Difesa Israeliane invasero il sud del Paese dei cedri in risposta al tentato assassinio dell’ambasciatore nel Regno Unito, Sholmo Argov e agli attacchi d’artiglieria messi a segno dall’OLP, nel nord della Galilea. L’assedio che dette il via alla “prima guerra libanese” si concluse nel 1985.

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 “Come dipendente del Ministero degli Esteri ero stata assegnata all’Ambasciata d’Italia in Egitto mentre Antonio (Bandini, all’epoca primo segretario) era a Beirut. Lo andavo a trovare nei fine settimana, almeno una volta al mese, per riprendere servizio al Cairo il lunedì.

Mi trovavo con lui la domenica del giugno 1982 quando le truppe israeliane avevano invaso il Libano meridionale avanzando rapidamente fino a Beirut e cingendola d’assedio; quella volta non potei ripartire (…)

Gran parte del personale abitava al di là delle linee di combattimento, quindi era impossibile per loro raggiungere l’Ambasciata. Trovandomi anch’io bloccata, li sostituivo nel disbrigo delle pratiche. La nostra casa era inagibile; una esplosione lì vicino aveva frantumato i vetri di tutte le finestre, ne’ era pensabile rifugiarci in garage, pieno di grossi ratti e scarafaggi.

Dal primo giorno erano state interrotte la fornitura d’acqua, di elettricità e le comunicazioni telefoniche. Utilizzavamo un walkie-talkie con parsimonia, data la poca benzina rimasta per fare funzionare il generatore. (…)

Avevamo trovato alloggio in un albergo vicinissimo all’Ambasciata dove già si trovavano diversi giornalisti e dove, dopo l’ultimo bombardamento delle cinque, passavamo le serate a lume di candela (…) Dopo i primi giorni non scendavamo neanche più nei rifugi; gli israeliani bombardavano la mattina presto e il sonno a quell’ora era più forte del timore di essere colpiti. D’altra parte a casa dicevano sempre “quando Consuelo dorme non la svegliano neanche le cannonate…”

Qualche negozio apriva tra mezzogiorno e le cinque del pomeriggio, per gli acquisti di prima necessità; la spesa vera e propria di faceva il sabato. Ma i libanesi sono incredibili: i loro ottimi ristoranti restavano aperti nonostante tutto, come i cinema, e i negozi di abbigliamento esponevano i vestiti più lussuosi e alla moda.

I bombardamenti non avevano risparmiato la nostra Ambasciata. Un colpo di cannone ha centrato lo stemma della Repubblica sulla porta e devastato completamente la stanza di Antonio, insieme parte dell’ufficio dell’Ambasciatore (all’epoca Franco Lucioli Ottieri della Caia). Fortunatamente, nessuno dei due si trovava lì al momento!

Dopo trentacinque giorni, terminati i combattimenti a Beirut, è stato possibile organizzare l’evacuazione degli italiani, con un frenetico succedersi di messaggi, preparazione di documenti e disbrigo delle pratiche necessarie, tutto a tempo di record. Formato un convoglio, scortati fino al porto di Beirut, imbarcati sul Caorle, vecchia nave da sbarco inviata in tutta fretta dalla Marina Militare, ero stata incaricata di accompagnarli. Agli italiani, oltre trecento, si erano aggiunti diversi profughi che naturalmente non figuravano tra i passeggeri.

All’uscita dal porto il comandante, vendendo dirigersi verso di noi alcune motovedette, avrebbe fatto, in ossequio alle regole, salire a bordo i militari israeliani del loro equipaggio: non capiva la mia agitazione e perché’ gli chiedessi quanto eravamo distanti dalle acque internazionali. “Non molto”, aveva detto. “Acceleri, la prego!” insistevo. Il comandante in seconda, intuita la situazione, lo aveva finalmente convinto. (…)

Nelle settimane successive giunse la Forza Multinazionale di Pace, che siamo andati ad accogliere al porto, accompagnandola poi nell’area di spiegamento lungo la linea del fronte.

Durante il tragitto ci ferma una banda di giovanissimi miliziani – i più pericolosi – armati di fucili mitragliatori kalashnikov e di lanciaproiettili anticarro, che sparando per aria circondano l’auto in cui mi trovavo. Sola, perché Antonio e gli altri si erano allontanati di qualche passo per esaminare  le postazioni che i nostri avrebbero dovuto occupare. Mi si avvicina uno dei ragazzi armati e d’istinto gli dico che siamo italiani.

L’Italia aveva appena vinto la Coppa del Mondo di calcio! Antonio, accordo poco dopo, ci ha trovato a discutere animatamente di “Baulo Rossi”, di “Caprini” e Tardelli…

Vorrei concludere dicendo che tutto è bene quel che finisce bene, ma i ricordi di Beirut non son tutti positivi. Il più drammatico è purtroppo quello del massacro di civili palestinesi nei campi profughi di Sabra e Chatila da parte dei falangisti cristiani. Ne avremmo conosciuto più tardi gli orrendi particolari, ma l’inconfondibile odore dei cadaveri in decomposizione, che permeando la città arrivava fino a noi non lasciava, sin dalle prime ore, dubbi al riguardo.

Ad Antonio toccherà il compito, non proprio consueto per un diplomatico, di verificare di persona il numero delle vittime”.

Anna Sanfelice Visconti

Napoletana, laureata in Giurisprudenza e Scienze Politiche a La Sapienza di Roma, iscritta all’ACDMAE di cui è stata a lungo Presidente, ha esercitato la professione di avvocato tra un trasferimento e l’altro del coniuge Leonardo Visconti di Modrone. Ha all’attivo diverse pubblicazioni sulle carte conservate nella casa di famiglia a Lauro, sulle consorti che hanno vissuto le turbolenze del Vicino e Medio Oriente, e sui propri ricordi di vita a fianco del marito. I racconti sulla realtà “non solo cocktails” di chi presta servizio all’estero sono contenuti in “Nella buona e nella cattiva sorte” (Aracne, 2014), libro da lei curato con la prefazione di Marta Dassù.

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