“L’arrivo”

Laura Marzano Saggio

San Pietroburgo 1994, novembre, meno 13 gradi. Il russo che avevo studiato all’Università di Lecce era per me come il latino e il greco, una lingua morta. Per telefono dall’Italia avevo trovato alloggio presso una donna pietroburghese del tutto priva di referenze. Fremevo all’idea di toccare il suolo di Dostoevskij, Puškin e Nabokov. Partenza da Lecce, destinazione Pulkovo, aeroporto di San Pietroburgo. Avevo 24 anni.

Inna Anatolievna, il donnone affittacamere, possente ed energico a cui ero toccata in sorte, appena fuori dall’aeroporto, alzando una mano, aveva fermato una vecchia Lada occasionale (i taxi erano rarissimi) e mi ci aveva spinto dentro, era balzata su anche lei e attraverso larghi lividi viali mi aveva portato a casa sua.

La facciata celeste pastello del palazzo neoclassico che si affacciava sulla sponda del canale Fontanka, non lasciava immaginare cosa ci avrebbe atteso all’interno. Varcato il cancello, in un atrio scalcinato, la nostra scala a destra aveva gradini così luridi e sconnessi che a stento la scarpa trovava appoggio per terra tutta intera. Un odore nauseabondo di muffa ti afferrava all’entrata e non ti dava scampo fino al varco della porta blindata del terzo piano. Una povertà simile non l’avevo vista mai. La luce per le scale era fioca e un paio di barboni sostavano sui ballatoi accanto a mozziconi di sigarette e bottiglie semivuote di vodka. Avevano scarponi logori, capelli arruffati e unti, le loro facce erano gonfie e provate. Faceva un gran freddo anche sulle scale.
Dall’ingresso di casa di Inna incupito da carta da parati marroncina, si accedeva subito nella toilette provvista di fogli di giornale sostituivi della carta igienica e una bottiglietta di plastica con un sapone liquido simile ad acetone era l’unica suppellettile in dotazione della stanzetta.
Sulla destra il centro della casa: una cucina che andava in profondità sei metri per quattro, in fondo alla quale un tavolo rotondo poteva ospitare dalle tre alle tredici persone secondo necessità. Il pavimento era coperto da linoleum verde chiaro e alle pareti erano appesi quadretti di fiori dai colori tetri. La luce al neon si rifrangeva su una coppetta di vetro giallo ruggine. L’odore che si respirava in casa era un misto di cipolle, olio scadente e umidità di biancheria ancora non asciutta; tutto pareva giungesse da un’epoca lontana e sconosciuta…

Io, varcata quella porta, non ero più la stessa. I miei 24 anni italiani erano stati d’incanto cancellati. Il passato era svanito come mai avvenuto. Lì dentro c’era un’altra vita in un altro tempo. Non era questione di spazio ma soprattutto di tempo.
Come sonnambula, trascorsi tre mesi in una stanza rivestita da tappeti scuri, accanto ad un grande armadio che conservava vestiti di chissà chi.
Inna preparava minestre di pollo e borsc, verza e rape rosse fluttuavano in olio torbido. Sulla tovaglia di plastica grigia decorata da rose sbocciate da tempo, antiche posate d’argento stridevano con il contesto. Inna era un fiume in piena, parlava in maniera concitata e decisa quasi io fossi la migliore interlocutrice possibile. Invece non capivo nulla. Ero diventata muta. Lo stupore di essere lì si confondeva con lo sconcerto. I miei capelli non erano più biondo cenere ma castano spento, i miei occhi avevano cessato di ridere e la mia bocca restava serrata come inadatta a esprimere qualsivoglia concetto. Il corpo si era rimpicciolito e la mia età anagrafica, avrei giurato, era rimbalzata trasponendomi in un’infanzia mai vissuta.
Tutto quello che avevo studiato, tutto ciò che conoscevo era diventato totalmente inadatto alla mia nuova esistenza.

Ma Inna fumava e anch’io fumavo. Inna beveva birra e anch’io bevevo birra.
Mi teneva in ostaggio, faceva di me quello che voleva. Svegliarmi, nutrirmi persino spingermi sotto la doccia sotto un fatiscente scaldabagno che perdeva gas.
San Pietroburgo, dopo la Perestroika, era davvero pericolosa.
Si diceva che persone venissero afferrate per il collo e strangolate, negli atri dei palazzi, da ladri e malviventi. Dai portoni spesso si accedeva a vialetti e palazzine che poi affacciavano su altre strade. Così chi entrava in un palazzo poteva tranquillamente dileguarsi e comparire, pochi istanti dopo, in altri luoghi non riconducibili al punto di accesso. Ciononostante io uscendo da casa, vinti i legittimi timori, provavo una felicità scriteriata e inspiegabile. La topografia urbana con i suoi vastissimi spazi sembrava fatta a posta per rendere i passanti piccoli spettri, fantasmi. La Neva e i canali ghiacciati con la loro bellezza toglievano il fiato. Non conoscevo ancora le splendide notti bianche di giugno ma scoprivo i potenti giorni neri di novembre. D’inverno si può contare solo su una manciata di ore di luce.
Arrivare alla cieca in Russia aveva fatto di me una sprovveduta. Ignorante e sprovveduta. Eppure sentivo di avere in pugno la mia vita, stavo seguendo la mia passione. Dopo tre mesi avevo passato il Rubicone: parlavo russo. Ero diventata me stessa.

 

NOTA: Il racconto pubblicato ha partecipato all’edizione 2021 del premio letterario Molto forte, incredibilmente lontano, organizzato dalla scuola di scrittura e di editoria Belleville, premio dedicato agli italiani che vivono o hanno vissuto all’estero e vogliono raccontare quest’esperienza. Ai partecipanti – più di 200 – è stato chiesto di scrivere una storia sul loro arrivo nel Paese di adozione.
“L’arrivo” è stato giudicato il secondo miglior racconto dalla giuria composta da Francesca Cristoffanini, Cristina Marconi, Maria Carolina Foi, Sandro Cappelli e Alessandro Raveggi, e per questo sarà pubblicato con i racconti di altri sette autori nell’ebook disponibile da giugno su bellevillelascuola.com.
I nostri più sentiti complimenti alla nostra amica e scrittrice Laura!
Laura Marzano Saggio

Laureata in Lingue e Letteratura straniere (russa e inglese) a Lecce, ha lavorato per alcuni anni a Roma, presso la Fondazione Memmo prima di vincere una borsa di studio per approfondire gli studi di lingua russa a San Pietroburgo. Si trasferisce nel 1998 a Bruxelles dove compie uno stage alla Commissione Ue, esperienza che le permette di lavorare al Parlamento Europeo per un’intera legislatura (1999-2004). Prima di trasferirsi al Cairo, con il marito, è stata consulente presso l’ufficio bruxellese della Regione Puglia. Ha vissuto anche a Londra e a Washington. Attualmente abita a Roma, collabora con Violante Guerrieri Gonzaga e coltiva la sua passione per la scrittura.

4 Commenti
  1. lo smarrimento totale del nuovo totalmente diverso dalle nostre vite precedenti specialmente in paesi cosi detti “disagiati” è descritto con tanta veridicità che si può condividere immediatamente e “sentire” splenditamente. Tanti complimenti a Laura. Aspettiamone altri racconti o addiritura romanzi.
    Geneviève

    1. Laura, entrare nei panni degli altri e uscirne indenni è pressoché impossibile: ho rivissuto attraverso i tuoi timori, incertezze e grande entusiasmo, la MIA prima volta in Russia. Il lascito del tuo racconto è stata una nostalgia bella e dolente, che non ho nessuna voglia di sedare. Grazie.

  2. Bellissimo racconto.
    Mi colpisce come lo shock con la diversità assoluta, cancelli all’inizio ogni precedente ricordo.
    “. Il corpo si era rimpicciolito e la mia età anagrafica, avrei giurato, era rimbalzata trasponendomi in un’infanzia mai vissuta.”
    Una esperienza che ho vissuto arrivando in Iran nel 1986. Come un ricominciare senza aver i codici per capire la realtà intorno. Una sensazione di sperdimento, che per fortuna con il tempo passa. Grazie Laura

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