Il Polo Nord, Gianni Albertini …. ed io

di Anna Sanfelice Visconti

Uscendo dal piccolo museo dedicato a Umberto Nobile da Lauro, sua città natale, mi è venuto in mente di dire al direttore “quest’anno è il novantesimo anniversario della spedizione di Nobile al Polo Nord. Farete, spero, qualche celebrazione.”

Altro che. La descrizione delle manifestazioni in programma aveva richiesto un buon quarto d’ora, terminando con la speranza di rintracciare e coinvolgere i familiari di tutti quelli che avevano preso parte alla spedizione; ricerca, secondo lui, non facile.

“Se è per questo , avevo detto, siamo molto amici della figlia di uno di loro, Gianni Albertini.”

Entusiasmo del direttore e conseguente richiesta di invitarla a partecipare al convegno sulla spedizione polare in programma a Roma il 7 e l’8 luglio, con un intervento sulla figura di suo padre e sul ruolo avuto nell’impresa del dirigibile Italia.

Solo che la figlia in questione aveva pochissima voglia di comparire in prima persona, anche se le faceva piacere che suo padre fosse ricordato e la sua opera messa in valore. Per farla breve, sono stata incaricata di preparare l’intervento e poi di svolgerlo per suo conto al convegno.

Così mi sono tuffata nei diari di Gianni Albertini, restando affascinata dalla passione, le enormi difficoltà e i pericoli affrontati sia nella spedizione dell’”Italia” del 1928 che di quella che aveva organizzato e condotto, nella speranza di rintracciarne i dispersi, l’anno successivo.

Il venticinquenne ingegnere Gianni Albertini era stato incluso, insieme ad un amico, nella spedizione Nobile su proposta del Presidente del SUCAI, la sezione studentesca del Club Alpino Italiano. Entrambi appassionati ed esperti di montagna, sarebbero stati in grado di muoversi anche in condizioni climatiche estreme come quelle polari. Insieme agli altri dovranno assistere e collaborare agli aspetti logistici della spedizione; compiti che prenderanno, come prevedibile, le forme più varie.

Alla Baia del Re nell’arcipelago delle Spitzbergen, dove erano giunti con la nave appoggio Città di Milano, in una prima fase occorreva facilitare i voli di prova del dirigibile, spazzando la neve dalla pista e facendo, all’occorrenza, saltare il ghiaccio con la dinamite; trainare le pesanti slitte con le bombole di idrogeno necessarie a gonfiare l’involucro, o aiutare nelle manovre di ormeggio il dirigibile fra le pareti dell’hangar a cielo aperto. L’involucro non avrebbe sopportato il peso della neve; era perciò indispensabile evitarne l’accumulo, arrampicandovisi con la massima cautela, senza scarpe, coi piedi ricoperti di paglia e fasciati con pezzi di stoffa, e toglierla con estrema cura, servendosi di arnesi anch’essi avvolti nella stoffa.

Albertini non era stato preso a bordo dell’”Italia”, come sperava, al momento della partenza verso il Polo; circostanza, questa, che potrebbe avergli salvato la vita.

E’ nota la tragica sequenza dei fatti, il telegramma radio che annuncia il sorvolo del Polo Nord scatenando l’entusiasmo a bordo della nave appoggio; poi, via via, le richieste sempre più pressanti di rilevare la posizione del dirigibile, avvolto nella nebbia. “Visibilità cattiva” “Lottiamo aspramente con il vento” Albertini scriverà che il linguaggio usato da Nobile, sempre misurato nell’espressione, dava la misura della grave situazione in cui si trovavano.

Poi il silenzio, e la graduale presa di coscienza della possibilità di un serio incidente. Dopo cinque giorni di attesa la nave appoggio si rifornisce di carbone e salpa alla ricerca dei naufraghi dell’ “Italia”.

Partono le spedizioni di soccorso divise in piccoli gruppi, alcuni dei quali dovranno essere rintracciati e salvati a loro volta, partono imbarcazioni e idrovolanti. Albertini e Matteoda, i due “sucaini”, si dirigono verso l’interno percorrendo settecento chilometri sulla banchisa a piedi e con gli sci, con l’aiuto di selvatiche e bizzarre guide norvegesi, e seguiti da slitte trainati da cani. Cani valorosi e di grande resistenza ma ribelli, feroci e di difficile addestramento, che dovevano restare legati tra loro anche nei momenti di riposo. Avrebbero diviso con gli uomini il cibo via via più scarso, e sopportato le medesime, massacranti, marce.

In uno scenario in continuo cambiamento, fra tempeste di neve e vento, lastroni di ghiaccio alla deriva e nebbia impenetrabile, Albertini e Matteoda, partiti alla ricerca di un gruppo di dispersi, ne troveranno invece un altro, l’equipaggio di una delle spedizioni di soccorso, bloccato dall’avaria del loro idrovolante.

Sulla nave russa venuta a riprenderli Albertini rivedrà, tremendamente provati, i compagni che aveva cercato nella lunghissima marcia di esplorazione. Il Comandante Nobile è sulla “Città di Milano”, e quelli della tenda rossa, in un primo tempo riforniti di viveri e medicinali, sono già stati portati in salvo.

Ma quelli volati via con l’involucro del dirigibile? Gianni Albertini non riesce a togliersi dalla mente l’incertezza e il timore sulla loro sorte. Nella primavera del 1929 si mette in contatto con Giorgio Pontremoli, fratello di uno dei dispersi, e con la loro madre. Quest’ultima continua a sperare, nonostante tutto, che possano essere ritrovati, e con lei i familiari degli altri. Premono perché si faccia un ulteriore tentativo.

Albertini si documenta. Legge di spedizioni polari i cui componenti erano stati salvati a distanza di un anno, ma anche di altre delle quali si erano perdute le tracce. Si convince della possibilità, dopo uno studio approfondito dei venti e delle correnti marine della zona, di poter circoscrivere il territorio delle ricerche. Ipotizza che i naufraghi abbiano cercato di dirigersi verso la costa, e pensa di esplorare anfratti e insenature della zona identificata, con puntate nell’immediato retroterra. Ma dice apertamente a Lucia Pontremoli che il tentativo risponde unicamente ad un suo imperativo morale; è pessimista sulla riuscita dell’impresa.

Valuta il costo della spedizione 1.200.000 Lire. Se ne raccoglieranno 1.192.448, con il contributo del Partito Nazionale Fascista, tra i maggiori finanziatori, di Papa Pio XI, che offrirà, a titolo personale, una somma consistente, di industriali e parlamentari come Silvio Crespi e Senatore Borletti, oltre, naturalmente, ad alcuni familiari dei dispersi. Di questa somma verranno effettivamente spese 1.012.448 Lire; 10.000 verranno restituite al Partito e 60.000 destinate dalla Cassa di Risparmio, dietro suggerimento di Lucia Pontremoli, ad un premio per chi trovasse un qualsiasi relitto riguardante il gruppo dell’involucro. 20.000 Lire serviranno ad erigere un monumento in memoria di Giulio Guidoz, morto durante questa seconda spedizione per un tragico incidente.

Serve una baleniera, che Albertini andrà personalmente a scegliere ad Oslo, con la chiglia e soprattutto la prua rinforzata col ferro, per poter affrontare l’impatto col ghiaccio. Particolare attenzione rivolgerà all’attrezzatura radiotelegrafica, scegliendo gli apparecchi più sofisticati, e a tutto quello che poteva servire per una spedizione di parecchi mesi; si assicurerà perfino che i sacchi a pelo fossero confezionati in misura perfettamente compatibile con quella delle tende. Sceglie i componenti del gruppo non solo in base all’amicizia, ma alle competenze scientifiche di ciascuno. Il diario di Albertini riporta in appendice le relazioni sugli aspetti metereologici, biologici e naturalistici, sulle analisi dell’atmosfera, la misurazione dell’ozono, l’azione del freddo e della luce continua sul metabolismo basale. Indipendentemente dal successo della spedizione, questi studi avrebbero contribuito ad una più profonda conoscenza dell’Artico.

In più, Albertini stipula un contratto con l’Ente Nazionale di Cinematografia, nel tentativo, per sua stessa ammissione, di aumentare le disponibilità finanziarie della spedizione. A questo dobbiamo un filmato, le cui bobine sono state ritrovate, molto danneggiate, dai familiari, e trasferite in formato digitale. Umberto Della Valle, l’operatore inviato dall’Ente al seguito della spedizione, era il più anziano e l’unico padre del gruppo; non un professionista ma un amico, lo definirà Gianni Albertini.

Il nome della nave presa a nolo era Heimen, modificato in Heimen Sucai con qualche pennellata di vernice sulla fiancata. Oltre alla prua rinforzata, la tipica chiglia rotondeggiante limitava la presa dei ghiacci, ma era fonte di instabilità e di violenti attacchi di mal di mare nelle tempeste.

Albertini impiegherà i tempi di navigazione per addestrare i cani da slitta. Li studia sotto il profilo psicologico, ne identifica il capo, ne osserva i rapporti di amicizia o di rivalità, capisce l’ordine da seguire per attaccarli alle slitte. Sono inferociti per essere stati a lungo rinchiusi in gabbie, in ossequio alle norme che permettono di liberarli solo al di fuori delle acque territoriali, e l’addestratore si prenderà qualche morso nonostante gli spessi guanti di pelle. Ma se ne guadagnerà la stima e l’obbedienza; e riconsegnando i superstiti al rientro stilerà una serie di appunti con le caratteristiche di ciascuno, per un migliore impiego, in futuro, di quegli animali straordinari.

La spedizione dura dal 15 maggio al 22 settembre 1929. Nell’ipotesi che, dovunque abbiano toccato terra, gli uomini del gruppo dell’involucro avrebbero cercato di dirigersi verso la costa – secondo i calcoli quella della Terra di Nord-Est – la Heimen Sucai ne seguirà la linea circumnavigandola, fermandosi talvolta per consentire perlustrazioni verso l’interno. La più dura e difficile di queste marce farà percorrere a quattro di loro, Albertini, Guidoz, Urbano e Bonola, mille chilometri in ventotto giorni, durante i quali una tempesta di neve li bloccherà a lungo, costringendoli ad un drastico razionamento degli scarsi viveri. Passeranno giorni interminabili chiusi nella minuscola tenda ghiacciata, cercando di riposare nei sacchi a pelo bagnati e sperando in una schiarita. I cani morti di stenti ad uno ad uno verranno dati in pasto, in mancanza d’altro, ai loro compagni.

Nel corso di queste ricognizioni troveranno le tracce di spedizioni precedenti, come quella scientifica svedese del 1899, e a Capo Nord la capanna in cui avevano lasciato un deposito di viveri l’anno prima, con la scritta “This depot is put here to help Nobile’s and Amundsen’s lost parties”. Nessuno li aveva toccati. I viveri erano deteriorati dall’umidità e dal gelo, le pareti coperte di neve e ghiaccio. In precedenza, arrivando nei pressi della Baia del Re, avevano avvistato con grande tristezza lo scheletro gigantesco di quello che era stato l’hangar del dirigibile Italia.

Tra luglio ed agosto la Heimen Sucai tenta di raggiungere l’arcipelago Francesco Giuseppe. Ma l’inverno si sta avvicinando, i ghiacci di nuova formazione si ingrossano sempre più; nel cielo passano stormi di uccelli diretti verso sud. Il rompighiaccio russo Sedov, che si trova in zona, non ha visto in quei luoghi traccia dei superstiti. La spedizione Albertini decide quindi di fare rotta verso la Nova Zemlya. Di baia in baia, scendendo ogni volta a terra, troveranno resti di insediamenti samoiedi, pali di segnalazione, ma niente che possa riferirsi agli scomparsi. Il 21 settembre, con le riserve di carburante agli sgoccioli, si rassegnano, tristemente, a rientrare. Di lì a poco l’inverno artico avrebbe precluso ogni possibilità di ricerca.

Le notti dell’ultima traversata sono illuminate dai guizzi multicolori delle aurore boreali. Albertini le trascorrerà sul ponte, per imprimersi nell’animo, come scriverà poi, quelle “ultime nitide impressioni che fossero un poco il compendio del mio lungo viaggio perché, fedeli, incoraggiatrici, vere, compensatrici, mi possano accompagnare poi nel lunghissimo viaggio della vita”.

Anna Sanfelice Visconti

Napoletana, laureata in Giurisprudenza e Scienze Politiche a La Sapienza di Roma, iscritta all’ACDMAE di cui è stata a lungo Presidente, da oltre trent’anni, ha esercitato la professione di avvocato tra un trasferimento e l’altro del coniuge Leonardo Visconti di Modrone. Ha all’attivo diverse pubblicazioni sulle carte conservate nella casa di famiglia a Lauro, sulle consorti che hanno vissuto le turbolenze del Vicino e Medio Oriente, e sui propri ricordi di vita al seguito del marito. Consulente per la cultura del Comune di Lauro, città natale di Umberto Nobile, è stata coinvolta nelle celebrazioni dei 90 anni dal primo sorvolo del Polo Nord effettuato nel 1928 dal dirigibile Italia.

16 Commenti
    1. Articolo bellissimo. Stiamo realizzando un documentario sullo sci club 18, Gianni Albertini ne era socio. Vorremmo dedicarli un capitolo.

      Stimo cercando materiale fotografico, potete aiutarmi?

      Carlo d’Amelio

  1. Complimenti gent.le sig.ra Anna, piacere davvero di averLa conosciuto di persona nel luglio scorso a Roma.
    Imprese estreme, bellissime, stupende, di altri tempi, che meritano di essere ricordate, in ogni dettaglio possibile.
    Vive cordialità
    Francesco Luigi Clemente
    Concordia SAgittaria -VE

  2. Bell’articolo e bella la storia! Grazie!
    È importante raccontare, attraverso le storie si rivivono vite e avventure.
    Valentina Morassutti

    1. Grazie Flaminia, mi fa piacere che tu abbia letto il mio intervento al convegno del luglio scorso sui 90 anni della spedizione Nobile. Mi fa ancora più piacere questo nostro contatto. Spero che tu stia bene e ri mando la mia mail per eventuali future comunicazioni.
      Un caro affettuoso saluto da Anna

  3. Buonasera Dott.essa,
    chi Le scrive è un vecchio filatelico amante di filatelia e storia polare, segretario di una Assoc. di Torino. Preparro, con il mio presidente, il Dr. Giardini, una rivista dedicata ai pochi soci,che si dedica, come detto alla filatelia polare. Conosciamo discretamente bene tutta la storia del dirigibile “Italia”. sia come scritti che come materiale filatelico, ma invece è poco conosciuta, anzi direi quasi dimenticata, la spedizione fatta dall’ing, Albertini nel 1929. Le chiedo l’autorizzazione, se Le può fare piacere, di prendere questo suo articolo e proporlo sulla nostra rivista, logicamente citando la fonte, per informare maggiormente i ns. soci che sono molto interessati alla storia polare.
    Sempre, se le farà piacere, avere un suo recapito dove spedirLe una copia omaggio della rivista.
    Ringrazio per l’attenzione prestatami e porgo
    distinti saluti
    Lodovico Sacchi
    Segretario Ass. Turinpolar (link: turinpolar. com)

    1. Gentile Dottor Sacchi, mi scuso per rispondere solo ora al suo messaggio.Certo che potete pubblicare il mio articolo sulla vostra rivista di filatelia polare! Mi dice la figlia dell’ing. Albertini che è stata inaugurata a Torino una mostra sull’ annullo filatelico dei 90 anni dalla spedizione di suo Padre. E che il mio articolo vi è stato esposto. Ne sono lieta. Un saluto cordiale

  4. Gent.mo Dott. Sacchi,
    un grazie sincero a nome della Redazione che coordino e della Dott.ssa Sanfelice Visconti, per l’interessamento al nostro piccolo notiziario e al bell’articolo (che anch’io ritengo di grande interesse) sulla spedizione di Gianni Albertini. Le chiedo scusa per aver notato solo ora un altro commento, il suo, alla storia. Sara’ premura dell’autrice stessa farsi viva direttamente con Lei, in privato. Cordiali saluti

  5. Cara, lo so che sei nipote di Gianni Albertini, nonché la figlia di Carlo e Giovanna. E mi fa piacere che l’ articolo ti sia piaciuto!
    Un saluto affettuoso

  6. Cara Anna, sono felice di comunicare che il tuo apprezzatissimo articolo era esposto alla mostra sull’Annullo filatelico del 90°della Spedizione Albertini a Torino, Spazio Filatelia, la cui inaugurazione ha avuto un grande successo. Grazie all’appassionato impegno del segretario di Turnipolar, Lodovico Sacchi, e ai suoi amici!

  7. A nome della Redazione di “Altrov’e” ringrazio Giovanna D’URSO ALBERTINI per averci inoltrato alcune foto dell’articolo “Il Polo Nord, Gianni Albertini…ed io”, esposto allo Spazio Filatelia Torino, nell’ambito della mostra per il 90mo della Spedizione Albertini. Stiamo lavorando per inserire in questo blog qualcuna delle foto inviate!

    In attesa di riuscirci, approfitto per complimentarmi ancora con Anna per le emozioni che ci ha regalato con il suo testo.

  8. A nome della Redazione di “Altrov’e” ringrazio Giovanna D’URSO ALBERTINI per averci inoltrato alcune foto dell’articolo “Il Polo Nord, Gianni Albertini…ed io”, esposto allo Spazio Filatelia Torino, nell’ambito della mostra per il 90mo della Spedizione Albertini. Stiamo lavorando per inserire in questo blog qualcuna delle foto inviate!

    In attesa di riuscirci, approfitto per complimentarmi ancora con Anna per le emozioni che ci ha regalato con il suo testo.

  9. Articolo bellissimo. Stiamo realizzando un documentario sullo sci club 18, Gianni Albertini ne era socio. Vorremmo dedicarli un capitolo.

    Stimo cercando materiale fotografico, potete aiutarmi?

    sarà un video documentario

    Carlo d’Amelio

  10. Lunedì, 20 Dicembre 2021
    Gent.ma Dr.ssa,
    mi chiamo Antonio Mingione, già Professore di ” Ortopedia e Traumatologia ” dell’Università di Modena.
    Le scrivo per farLe sapere che il mio antico Maestro Prof. Augusto Bonola (1906 – 1976), già Direttore della Clinica dopo essere stato Allievo di Vittorio Putti e Aiuto di Francesco Delitala, entrambi, in successione, magistrali Direttori dell’Istituto Ortopedico ” Rizzoli ” di Bologna, ha partecipato alla spedizione dell’ingegnere Gianni Albertini del 1929.
    A 23 anni, nelle more della tesi di Laurea, si offrì spontaneamente per prendere parte alla spedizione di salvataggio che , purtroppo, non ebbe il successo prefisso.
    Bonola vi prese parte, in quanto non ancora laureato, in qualità di ” Biologo “, ed in questo ebbe fortuna. Infatti, nel peregrinare sui ghiacci del pack polare, ebbe la fortuna di trovare un nuovo insetto, un dittero fino ad allora completamente sconosciuto alla scienza, cui fu dato, in suo onore, il nome di:
    ” Orthocladius Bonolai “.
    Augusto Bonola é stato un grande Ortopedico, fondatore nel 1962 e primo Presidente della SICM, ” Società Italiana di Chirurgia della Mano “, dando inizio ad una importantissima branca della Chirurgia dell’Apparato Locomotore. Tutti conoscono l’importanza, nella vita di relazione, della ” mano ” parte anatomica che distingue l’uomo dalla scimmia.
    Due ottimi motivi per noi che abbiamo in mente l’animo generoso e intrepido di Gianni Albertini, due ottimi motivi, la spedizione e la dedizione scientifica all’organo ” Mano “, per ricordare con gratitudine, la figura di Augusto Bonola.
    Cordialmente
    Antonio Mingione

    P.S. Se potranno essere utili, ho alcune foto del Professore che, su richiesta, potrei inviare all’indirizzo e-mail che eventualmente mi farete sapere.
    antomingio@gmail.it

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