Brexit o Bremain?

di Maria Giovanna Fadiga Mercuri

 

Probabilmente uscì chiudendo dietro a sé la porta verde” cantava Francesco Guccini in tempi non sospetti (1978) in “Amerigo”, la storia di un emigrante che negli anni del Dopoguerra era partito dall’Appennino modenese per cercare fortuna negli States. E proseguiva: “Non so se si girò, non era il tipo d’uomo che si perde in nostalgie da ricchi, e andò per la sua strada senza sforzo”. Uscire è un atto di rottura. Si chiude una porta e via, verso nuovi destini. Se osserviamo con attenzione il verbo intransitivo uscire (anticamente escire), notiamo che ha tre diverse componenti: due palesi e una nascosta: ex- (latino: da, fuori), ire (latino: andare) e uscio. La sua coniugazione ha poi un doppio tema usc-ed esc-, a seconda che l’accento cada sul tema verbale o sulla desinenza. La struttura verbale sembra nascondere il significato reale: fuor di metafora, si esce in un solo modo da un luogo e basta, ma poi si pongono davanti almeno più alternative.

Un poco quello che sta succedendo adesso in Inghilterra, e se per Amerigo non c’era spazio per i sentimenti, per la Brexit assistiamo ad una continua altalena fra detrattori e sostenitori. Brexit è una “parola macedonia”, una parola cioè nata dal caso in cui «una o più parole maciullate sono state messe insieme con una parola intatta» (Bruno Migliorini, Conversazioni sulla lingua italiana, Firenze Le Monnier, 1949). Dalla sua formazione originaria inglese è passata come prestito nell’uso italiano. Mi sembra un passaggio logico calzante come non mai questa parola che nasce dalla commistione e che implica mescolanza, eterogeneità, melting potinsomma, come ad esempio la moderna Londra. Ma c’è di più: Anthony Giddens, uno dei maggiori critici della sociologia contemporanea ed ex direttore della London School of Economics, a supporto della conservazione di questa poliedricità storica e culturale ha coniato il termine Bremain. Scrive infatti in Europe’s World (2015): «”Brexit” è un brutto neologismo e mi induce a coniarne un altro altrettanto brutto, “Bremain”, per indicare lo scenario in cui il Regno Unito rimane nell’Unione europea».

Dietro questi giochi linguistici si nasconde un reale problema di natura economica, sociale, politica e culturale. Che si sia contro o in favore della Brexit, è chiaro come il livello di ansia e rabbia sia destinato ad aumentare fino forse a creare una frattura nei valori e nella volontà di compromesso che caratterizzano da sempre lo spirito dell’Unione europeae che fanno di essa un unicum storico e geopolitico.

Ho conosciuto ed apprezzato la storia dell’emigrazione italiana sul suolo britannico grazie ad un’esperienza di vita a Manchester, in un consolato che ora non c’è più e che copriva un territorio enorme (dal confine scozzese a Birmingham). Gli italiani, insediatisi ormai dalla metà del 1800, si consideravano non una minoranza etnica, ma cittadini residenti a pieno titolo. Altre comunità pur meno antiche apparivano altrettanto solide. Uno dei rischi post-Brexit potrebbe essere la nascita di un senso di rigetto e di mancanza di fiducia, di instabilità fino all’abbandono del proprio progetto di vita. La ricerca di un’identità al di fuori del territorio inglese potrebbe causare una forte dislocazione. Un problema esistenziale, dunque. Quanti italiani potrebbero chiudere dietro di loro i graziosi portoncini – verdi e non- delle loro housesa Londra e dintorni?

Maria Giovanna Fadiga Mercuri

Filologa latina e greca, ha vissuto da umanista convinta nelle varie sedi estere – dalla Corea del Sud al Regno Unito, dalla Germania al Belgio, dagli Stati Uniti nuovamente in Corea del Sud e questa volta anche del Nord – svolgendo attività di studio e di ricerca nel suo settore di formazione. Appassionata di lingue antiche e moderne, attualmente insegna a Roma. È Membro dell’attuale Consiglio Direttivo dove si occupa di attività culturali ed è delegato Eufasa.

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