Baku, città dalle due anime in un Paese dalle mille culture

di Alessandra Forni Boeri

“Erano, in effetti, due città, e una stava nell’altra come la noce nel proprio guscio. Il guscio era la città esterna, al di là delle antiche mura. Lì le strade erano larghe, le case alte e le persone chiassose e avide di denaro. La città fuori le mura era sorta grazie al petrolio che proviene dal nostro deserto e porta la ricchezza. C’erano teatri, scuole, ospedali, biblioteche, poliziotti e belle donne con le spalle nude… Dentro le mura, invece, le case erano anguste e curve come la lama delle spade orientali. Qui erano i minareti, cosi diversi dalle torri di trivellazione della ditta Nobel, che trafiggevano la placida luna.”

Difficile trovare una descrizione di Baku più riuscita di quella che si legge nel best-seller di Kurban Said, “Ali e Nino”. Ci ispireremo in qualche modo ad essa, per scoprire la capitale dell’Azerbaigian e le sue “due anime”.

Ci addentriamo dapprima nel suo cuore antico, Icheri Sheher (“la citta interna”) che si erge su una collinetta di fronte al golfo, dove è facile perdersi tra i minareti bagnati dal sole e le ombre dei vicoli. E’ lo scrigno che custodisce il preziosissimo patrimonio artistico e culturale di questa metropoli adagiata sul Mar Caspio, le cui origini si perdono tra miti antichissimi. Questa cittadella, abitata oggi da circa 1.400 famiglie, è il bandolo da cui si dipana la storia plurimillenaria di Baku, il cui primo insediamento risale addirittura all’età del Bronzo. Nel punto più alto, siede maestoso il Palazzo degli Shirvanshah, i signori dello Shirvan, che dominarono gran parte dell’Azerbaigian dal XII secolo al XV. Ai piedi della collina, a pochi passi dal lussureggiante lungomare, si staglia la Torre della Vergine, edificio misterioso, forse costruito come bastione di guardia, forse come osservatorio astronomico oppure “torre del silenzio” zoroastriana, il mistico luogo dove gli “adoratori del fuoco” abbandonavano i loro morti, perché’ le loro spoglie fossero divorate dai rapaci. La leggenda più popolare narra che sia stata voluta dalla figlia di un principe locale che, per sfuggire alle brame del padre, si tolse la vita gettandosi dalla sua sommità.

Dalla cima della torre, con una vista panoramica a 360 gradi sulla città, si coglie l’armonia architettonica e storica delle “due anime” di Baku: dall’orizzonte azzurro e calmo del mare ai resti degli hamam e dei caravanserragli, ai bazar di tappeti e alle botteghe di artigianato locale; dal verde e ampio lungomare, ideale per passeggiare, agli edifici governativi e residenziali risalenti all’epoca zarista e poi sovietica. Infine, a incorniciare lo skyline, le suggestive Flame Towers, tre grattacieli di vetro costruiti nel 2013 nella zona più elevata del golfo, che richiamano la simbologia del fuoco cara a queste terre.

Icheri Sheher è uno dei siti Patrimonio dell’UNESCO e una cinta quasi integra di mura medievali alte quasi nove metri la circonda e la separa dalla “città esterna”.

Con le emozioni suscitate dal gheriglio antico di Baku, abbandoniamo la città vecchia e attraversiamo un ampio arco medievale tra le mura per incamminarci sulla via Istiglalyyat (“indipendenza”). I palazzi signorili e gli edifici pubblici che vi si affacciano sono testimonianza del rapido processo di urbanizzazione che ha interessato la città da metà Ottocento, coinciso con l’inizio dell’estrazione petrolifera su scala industriale e con il boom economico che ne seguì. In quel periodo, nel corso dell’occupazione zarista della città, strappata definitivamente dai russi ai persiani nel 1806, inizia a prender forma la “città esterna”. Il centro di Baku si amplia a perdifiato e si arricchisce di giardini, piazze, teatri, gallerie, edifici governativi e residenze. Questa espansione richiama nella nuova “Parigi del Caucaso” architetti e decoratori da tutto il mondo.

Con le sue smisurate risorse d’idrocarburi, Baku diviene uno dei grandi motori della rivoluzione industriale che stava investendo tutta Europa. In quegli anni la città si trasforma da sonnacchioso emporio di provincia in un crogiolo dove si addensano etnie, religioni, passioni politiche e soprattutto interessi economici. Le concessioni ai privati arricchiscono le grandi dinastie europee (i Nobel, i Rothschild e i Siemens) oltre ad alcuni magnati locali come il filantropo Taghiyev, che nel 1898 costruì la prima scuola per ragazze musulmane in Medio Oriente.

Le straordinarie epopee di quel periodo sono magnificamente raccontate da alcuni edifici storici come Villa Petrolea, la residenza dei fratelli Nobel, che devono a Baku l’inizio della loro fortuna. Nel 1872 i tre fratelli aprirono la propria società per azioni (Branobel), che si affermò come uno dei giganti mondiali della produzione petrolifera. Furono pionieri dell’industria estrattiva e dei trasporti, con invenzioni straordinarie come gli oleodotti e le navi petroliere. Proprio intorno a Villa Petrolea i Nobel costruirono un quartiere per ospitare i tanti lavoratori ed ingegneri giunti da ogni parte, e consentire adeguati standard di vita anche alle famiglie degli operai tartari più umili. Accanto ai dormitori, vi erano un teatro, una libreria e un gigantesco parco di 80mila alberi. Le navi cariche di petrolio all’andata facevano ritorno a Baku – da Iran, sud dell’Azerbaigian a Georgia – ricolme di terreno e alberi di ogni specie, che andavano ad arricchire gli spazi verdi faticosamente strappati al deserto.

In questi anni a Baku arrivano viaggiatori e avventurieri dall’Occidente. Tra questi, Luigi Villari, storico e diplomatico, resta affascinato dal “perfetto labirinto di stradine strette e tortuose” della città antica, circondata dai nuovi quartieri, popolati da “gente proveniente da tutte le parti del mondo, precipitatasi a Baku nella speranza di far fortuna”, in una frenetica, affascinante ”giustapposizione tra Oriente e Occidente”.

L’unicità di Baku, ai margini dell’antica Via della Seta, deriva proprio dall’essere un perfetto crocevia tra Oriente e Occidente: il prezioso nucleo dal sapore orientale di Icheri Sheher si fonde con l’impianto urbano zarista in stile Belle Époque, le zone industriali e la modernizzazione novecentesca. Poi c’è la città contemporanea delle nuove generazioni con i suoi sorprendenti grattacieli, gli uffici panoramici e le costruzioni avveniristiche, come lo spettacolare centro Heydar Aliyev disegnato da Zaha Hadid.

La giustapposizione architettonico-urbanistica si rispecchia nella società e nella cultura dell’Azerbaigian, un connubio che, al nostro arrivo a Baku, ha immediatamente esercitato un grande fascino.

Infatti, è sorprendente scoprire come tradizioni millenarie possano convivere con una mentalità aperta e uno stile di vita all’occidentale, in un equilibrio mutevole ma ancorato alle sue radici e alla sua identità. Questa terra, cerniera tra diverse civiltà, ha saputo coltivare valori di convivenza e uguaglianza tra gruppi etnici e religioni, che fanno di questo Paese laico, ancorché a maggioranza musulmana, un modello da approfondire. Qui convivono pacificamente comunità di sciiti, sunniti, ebrei, cristiani ortodossi, cattolici e protestanti, ognuna con i propri luoghi di culto, riti e festività, in un contesto unico nel suo genere.

Lasciamo Baku per scoprire alcune di queste comunità. Nelle assolate valli del Sud, caratterizzate da un clima subtropicale, vivono i Talysh, gruppo etnico che conserva una lingua apparentata all’azero antico, idioma iranico che precede la turchificazione medievale della regione. Tra le fertili colline del centro del Paese troviamo ancora piccole comunità di spiritualisti cristiani noti come “molokani”, cacciate dalla Russia nell’Ottocento e spinte dagli zar verso le periferie dell’Impero. Ancora oggi gli abitanti del villaggio di Ivanovka, si dedicano a coltivazione e pastorizia condividendo i loro guadagni, in una curiosa continuità tra profondi valori cristiani e l’organizzazione tipica del kolkhoz socialista. Poche decine di chilometri a ovest di Ivanovka incontriamo invece la comunità degli Udi, eredi delle antiche popolazioni stanziate nell’Albania caucasica, uno dei primi regni al mondo convertiti al cristianesimo, che ancora oggi accoglie con orgoglio i pochi turisti nella Chiesa di Sant’Eliseo, situate nel villaggio di Nij. Più a nord, nelle valli che confinano con il Daghestan russo, troviamo Quba e il suo “Villaggio rosso”, insediamento ebraico le cui origini si perdono nella notte dei tempi: gli “ebrei della montagna” sono profondamente rispettati dagli azerbaigiani di tutte le religioni.

Attraversando questi villaggi, all’ombra degli imperiosi picchi del Grande Caucaso, colpisce la varietà del paesaggio che muta velocemente lungo le strade del Paese. In questo lembo di terra ai margini di Europa e Asia coesistono, caso unico al mondo, nove zone climatiche raccolte tra le montagne e il placido mar Caspio, ad accogliere le innumerevoli civiltà che nei millenni si sono radunate nella Terra del Fuoco.

Alessandra Forni Boeri

Laureata in Giurisprudenza all’Università di Bologna, prosegue le sue ricerche in Diritto Internazionale alla University of California, Los Angeles. Consegue una seconda laurea specialistica in Relazioni Internazionali, nel 2012, alla Johns Hopkins University di Washington DC. Dopo gli studi lavora come legale per la Pelliconi Spa, multinazionale leader nel settore beverage e, nel mentre, consegue anche il Master in Business Administration al Collège des Ingénieurs di Parigi. Lavora per la società di consulenza strategica Boston Consulting Group, sede di Milano, dal 2014 al 2019, prima come legale e poi a fianco dell’Ad, seguendo progetti di business development e curando le relazioni esterne. Attualmente vive a Baku con il marito e il figlio, in attesa del trasferimento a Bruxelles in estate.

1 Commento
  1. Una vera scoperta l’anima di una città e di una civiltà così complesse e sfaccettate. Grazie Alessandra

Lascia un commento

 

Puoi usare codiceHTML tag e attributi: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>