“Altrov’è” alla 76ma Mostra del Cinema di Venezia. La nostra inviata racconta.

Guardare indietro. Guardarsi dentro.

di Anna Lisa Ghini Giglio

Una sequenza di sei minuti in una sala da cinema vuota. È questa la scena centrale del film Taiwanese Bu San, già in concorso a Venezia nel 2003 e ripresentato quest’anno come evento speciale. Sei minuti di omaggio a un mondo che sta scomparendo, quello delle sale cinematografiche, travolto da nuovi canali di fruizione dei film (Netflix, Amazon, ecc.), sintomo di tanti cambiamenti epocali che stanno avvenendo anche al di fuori del settore cinematografico.

Per affrontare meglio un futuro incerto, alla Mostra del Cinema edizione 2019 si è quindi deciso di guardare indietro, di fare una riflessione storica per esplorare le nostre radici. Molti film selezionati per il concorso e per le sezioni off erano infatti incentrati su tematiche storiche-sociali e su introspezioni personali anche quando raccontavano eventi contemporanei o futuri (come il vincitore Joker e il film di fantascienza di apertura Ad Astra).

Tra le opere di questo filone che hanno emozionato di più, il documentario Citizen RosiCitizen Rosi era il titolo della retrospettiva dedicata al regista Francesco Rosi a New York nel 2011. Lo stesso titolo è stato scelto dalle registe di questo documentario (Didi Gnocchi e Carolina Rosi) per sottolineare la qualità di Rosi di essere cittadino vigile e impegnato piuttosto che suddito passivo.
Non un documentario celebrativo dell’autore, ma un’analisi del valore civile e morale del cinema di Rosi, che ha sempre affrontato tematiche forti e ancora così contemporanee. La violenza come strumento di potere sia che si tratti di guerra (Uomini contro, 1970) o di terrorismo (Tre fratelli, 1981) o di Olocausto (La tregua, 1997). La corruzione insita nel potere (Le mani sulla città, 1963). I misteri e i nodi insoluti della storia italiana (Il caso Mattei, 1972). La mafia (Lucky Luciano, 1973) e la questione meridionale (Cristo si è fermato a Eboli, 1979).

A riportarci all’attualità stringente ci hanno pensato i cortometraggi. Sarà forse per i budget ridotti, i corti devono spesso ricorrere alla creatività dei soggetti e delle inquadrature, entrambi strumenti a basso costo.
In After two hours, ten minues passed i volti non vengono mai inquadrati. Il regista si sofferma su nuche, braccia, gambe e torsi di alcuni carcerati tedeschi. La loro giornata scorre lentissima, come il cammino di una tartaruga, alimentando noia e frustrazione. E il regista ci induce a riflettere se questa noia sia veramente rieducativa.
In Sand una coppia di coreani discute sull’eventualità di una gravidanza non voluta. Quasi tutte le riprese vengono fatte su un’auto parcheggiata ai bordi di una banchina. Sullo sfondo c’è il mare aperto, spazio vuoto e grigio come l’angoscia che provano i protagonisti.

In Dogs barking at birds una famiglia di Lisbona viene sfrattata dietro la spinta della progressiva gentrificazione del quartiere in cui abita. I figli adolescenti vivono con angoscia questo imminente sradicamento e il cambiamento dell’orizzonte urbano tra demolizioni e le tante gru per le nuove costruzioni. Primi e primissimi piani ci fanno sentire questi ragazzi, investiti precocemente da problemi da adulti, così vicini alle loro paure e alla loro voglia di riappropriarsi la leggerezza perduta.

Un’altra questione molto attuale è stata oggetto di ampia discussione, soprattutto al di fuori delle sale di proiezione. Si tratta della disparità di genere tra gli autori di film. Anche in questa edizione della mostra le registe di film in concorso sono state poche, solo due su ventuno. Perché? Le ragioni sono molte e sono state discusse al seminario Parità di genere e inclusività nell’industria del cinema.

Non è una questione di pregiudizio visto che il comitato che seleziona i film include 14 uomini e 12 donne. Innanzitutto il divario è un riflesso della mancanza di donne registe in generale. In Italia tra il 2008 e il 2018 solo il nove per cento dei film era diretto da donne. I finanziamenti del maggior consorzio europeo, Euroimages, nel 2018 sono andati per il 70 percento a registi uomini e solo il 30 a donne. Di questi finanziamenti i budget maggiori per singolo film vengono distribuiti a registi uomini, costringendo le registe a fare film in economia, quindi meno appetibili per i distributori e con meno possibilità di visibilità. Da qui il circolo vizioso che costringe registe donne ai margini dell’industria cinematografica.

Rimane quindi il dilemma se ricorrere o no alle quote rosa. Secondo gli organizzatori della Mostra di Venezia la qualità dei film individuali è l’unico criterio possibile mentre bisognerebbe focalizzarsi meno sull’analisi della quantità di autrici presenti e più sul numero di film che trattano di tematiche femminili anche quando sono diretti da uomini.

Anna Lisa Ghini Giglio

 

La nostra meta non è mai un luogo, ma piuttosto un nuovo modo di vedere le cose.
(Henry Miller)

Anna Lisa Ghini Giglio

Master all’Università Lumsa di Roma e Dottorato all’Universita’ di Hull in Gran Bretagna. Ha compiuto ricerche su minoranze etniche, conflitti statali e non statali, violenza e non violenza politica, collaborando con IsIAO (Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente) e CeMiSS (Centro Militare di Studi Strategici) di Roma e le Università di Trieste e di Udine. Ha vissuto in Cina, Giappone, Hong Kong, Pakistan prima di trasferirsi con la famiglia a Taiwan.

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