Vila Street, a Teheran, cercando un tempo e uno spazio perduto

di Shahin Modarres

Con l’evoluzione, l’uomo ha insegnato alla sua mente a rifugiarsi nell’euforia per poter tollerare l’insostenibile leggerezza dell’essere. Quel grazioso momento di dissociazione dalla realtà ha radici nel regno della nostalgia, un campo disseminato di percezioni che l’uomo porta con sé per tutta la sua esistenza. La nostalgia è il regno sicuro del conforto, è quella fiamma che vive dentro gli uomini e si accende all’ascolto di un suono, alla percezione di un profumo antico, alla sensazione della pioggia sulla pelle allungando una mano fuori dalla finestra in una sera d’estate. La nostalgia si nutre di piccoli gesti quotidiani che ricordano tempi migliori.

Il mio regno della nostalgia è ambientato nel quartiere in cui sono nato, “Vila”. In Iran il quartiere si chiama mahalleh e ogni città ha svariati mahalleh, ciascuno con quelle piccole caratteristiche che lo rendono unico. Anche Teheran, da quando divenne la capitale del Paese, 226 anni or sono, iniziò a sviluppare le proprie caratteristiche urbane: ogni quartiere aveva i propri spazi inesplorati. Gli armeni iraniani  si trovavano in due mahalleh: Bahar e Majidieh. Gli ebrei vivevano a Yousef Abad e Oudlajan e gli zoroastriani nell’area di Roosevelt e College. Qualche famiglia iraniana che poteva permettersi una dimora più grande, nel corso degli anni decise di trasferirsi in un nuovo quartiere con palazzine e villette particolarmente graziose: nasceva così, negli anni ’90, il quartiere di Vila Street, dove sono cresciuto.

Le mattinate a Vila avevano un ritmo unico e inconfondibile. L’inizio del giorno era scandito dal grido agitato del nostro vicino zoroastriano, il Signor Varahrami. La frase “si sta facendo tardi per la scuola!” era come sempre rivolta ai figli, tutti con autentici nomi Pahlavi. La mattina ci si trascinava tra le note profumate del caffè armeno appena preparato, che inebriava le strade sonnolente. Con un po’ di fortuna capitava di incontrare Hayk, che suonava “Al Ayloughs” di Komitas, oppure Esther, che improvvisava un ritmo Klezmer. E poi un sorriso gentile con un estraneo, un saluto ad un volto familiare in fila alla panetteria. Ci si rivolgeva a un armeno o a un polacco con l’appellativo “Madam” o “Mousier” per riguardo nei loro confronti. Gli altri ricevevano un semplice “Khan”, che in persiano comunque indica una forma di rispetto.

Le strade del quartiere avevano il loro proprio carattere: alcune incorniciate da imponenti alberi di acero, altre dominate dall’ombra delle querce inglesi o dagli alberi di rovere. E tutte erano rigogliose di gelsomino, il cui profumo si spargeva per tutto il quartiere.

Sulla strada che portava alla scuola si trovava anche una deliziosa pasticceria danese conosciuta per le sue prelibatezze nordeuropee. Un po’ più avanti,  il famoso “Lord Cafè”, era gestito da una coppia armena, Leon e Anik, follemente innamorati l’uno dell’altra. Il Lord Café era il posto giusto per incontrare gli amici davanti a una tazzina fumante di caffè accompagnata dal “Gata” armeno, un pane dolce e tostato ripieno di noci e cannella. Proprio di fronte al Lord Café, si trovava Saint Sarkis, una moderna Cattedrale armena costruita nel 1970, fulcro di cerimonie ed eventi culturali. Tutti nel quartiere erano stati invitati almeno una volta ad un matrimonio o ad un battesimo in quel luogo sacro, dove capeggiava un imponente monumento in memoria del genocidio armeno: quella tragedia era sentita ugualmente da tutti i residenti di Vila, indipendentemente dalla loro fede o etnia.

Il carattere del quartiere era “fluido” non nell’eccezione più liberale del termine, ma nel suo tratto dinamico e multiculturale: le persone che lo abitavano pur essendo tra loro diversissime e quasi circondate da una invisibile bolla di solitudine, in realtà riuscivano a interagire tra loro superando qualsiasi barriera… E così, a pranzo, per esempio, le opzioni erano infinite: il cibo messicano, si alternava al Chelo (Rice) Kebab, piatto tipico della cucina iraniana. Tra tutti i ristoranti di Vila ve ne era uno gettonatissimo, il “Paprika”, da noi ribattezzato “Irena’s”. Aperto da una signora ebrea d’origine polacca arrivata in Iran sulla scia delle persecuzioni naziste , il Paprika proponeva un delizioso menù tipico della cucina polacca. Di fronte a un piatto di Latkes, Kotlety e Gulasch appena cucinati, si sentiva il chiacchiericcio di sottofondo degli altri commensali, che comunicavano in persiano, francese, ebraico, armeno e polacco.

Il quartiere spesso lasciava esterrefatte le persone che lo visitavano per la prima volta: dappertutto  si respirava una pacifica armonia. Ricordo ancora  che il signor R, nostro vicino di casa, di tanto in tanto affermava che la rivoluzione non  era ancora arrivata a Vila. Il dinamismo sociale era infatti il tratto imprescindibile  del quartiere, dove i residenti  si erano ritagliati uno spazio tutto loro, moderno e sviluppato.  Un luogo unico e fuori dalla storia, in cui le basi della vita o, come spiegavano i greci e più tardi Hannah Arendt, la Vita Activa, erano assodate, e stavo germinando idee per realizzare alcuni aspetti di Vita Contemplativa.

Eppure, l’ultima volta che ho attraversato le strade di Vila, tutto era cambiato. Era come guardare negli occhi una persona un tempo conosciuta e amata, con la coscienza che in quel corpo  martoriato non troverai più traccia alcuna dell’anima di cui ti eri innamorato.

Molti armeni, ebrei, polacchi e residenti di altre etnie avevano lasciato la città e il paese. Quasi tutte le botteghe e le attività di quartiere erano state chiuse e sostituite da uffici tecnici o copisterie. Al posto del Paprika c’era un triste edificio simile a una torre gigante, cupa e fredda. Vederla  ha fatto male al cuore e agli occhi. Dove un tempo le foglie dai mille toni di verde danzavano sul ciglio della strada colpite dai raggi di sole, ora si stagliavano freddi cancelli di ferro scuro che  cingevano il quartier generale delle forze armate. Da Vila  era  scomparsa l’essenza, la linfa vitale, l’Aura così come la definì Walter Benjamin. La maggior parte delle vecchie dimore erano già state demolite o stavano per esserlo. Al loro posto sarebbero stati costruiti edifici antiestetici che non ricordavano in nulla quelli di un tempo.

Camminando per le vie in cui un tempo avevo vissuto avventure da mille e una notte, noto con angoscia la tensione e il dolore che si cela nelle espressioni tirate dei volti che incrocio. Uno scambio casuale di sorrisi non è più motivo di gioia e convivialità. Scavando nei ricordi,  entro di istinto al Lord Café per chiedere notizie del mio vecchio amico, un campione di pugilato dei pesi massimi. Prima di sapere che anche lui aveva lasciato la città, lo sguardo mi cade su un cartello che ricorda ai clienti l’obbligo di indossare l’hijab.

Fisso  il cartello per interminabili secondi, fino a quando la signora armena all’ingresso si sente in dovere di spiegare che se non lo esponessero andrebero incontro a delle grane. E si scusa con me, quasi ad esternare il proprio senso di colpa, sperando di alleggerirlo nella condivisione.

Aspetto il mio caffè con la Gata, allo stesso tavolo dove anni  prima ero solito sedermi con mia madre sperando che, prima o poi, anche mio padre ci raggiungesse a sorpresa. La nostalgia mi travolge e i ricordi cominciano a riaffiorare uno dopo l’altro in modo confuso e veloce, come nell’ultimo atto di una pièce teatrale. Arriva il mio caffè. Ringrazio l’universo, perché almeno quello è sempre lo stesso.

All’uscita del Lord Café m’imbatto in un’altra insegna, ancora più grande: indica “Nejatollahi Street”, non Vila. A Teheran e non solo, le strade e i quartieri hanno cambiato nome e ora ricordano i martiri della Rivoluzione e della guerra.

Mentre cammino per la strada dove ho riso e pianto, dove ho tenuto per la prima volta la mano di una ragazza, dove ho giocato con i miei amici, osservo passo dopo passo come l’autoritarismo abbia demolito non solo le splendide dimore di un tempo, ma anche frammenti di vita contemplativa. Ad ogni passo prendo atto con sgomento della miseria che si è riversata in quei luoghi, su cittadini vittime del Regime e delle sue altisonanti politiche di economia e management.

Mi chiedo se possiamo ancora chiamarci cittadini, visto che non possiamo più decidere del nostro “bios politikos”,  e neppure della nostra stessa essenza di uomini.

Cammino per Vila Street alla ricerca di un tempo e di uno spazio perduto.

Shahin Modarres

Nato a Teheran, iraniano, ha vissuto in Germania, Regno Unito e Italia, dove risiede tuttora. Ha completato gli studi in filosofia, scienze politiche ed economia specializzandosi in “Government and Politics” alla LUISS Guido Carli di Roma. Poliglotta ed interessato alle culture e alle lingue, Modarres ha svolto attività di ricerca presso il King’s College London, il NATO College e la Lomonosov University approfondendo temi complessi come la questione mediorientale  e le problematiche della scurezza nella regione.

Dopo una positiva esperienza di stage presso la nostra Associazione, Modarres è stato assunto all’ITSS, centro di studi e ricerche di Verona, con l’incarico di direttore dell’Iran Desk.

Nonostante gli impegni professionali, ha continuato negli anni a collaborare con ACDMAE e con la redazione di Altrov’è per cui cura l’aggiornamento semestrale del sito e la realizzazione grafica della newsletter.

1 Commento
  1. Shahin, mi hai fatto vivere un pezzetto di una storia che sembra quasi antica … bravissimo, un articolo bello e toccante!

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